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Oss accusata di aver rubato gioielli alle pazienti ricoverate in un ospedale in provincia di Reggio

L’accusa arriva dalla figlia di una paziente “A mia madre sfilata anche la fede, una umiliazione”. La denuncia per furto di oggetti d’oro a persone ricoverate all’ospedale di Scandiano (Reggio), come viene precisato da “Il Resto del Carlino”, vede indagata una operatrice socio sanitaria residente a Novi di Modena.

Ma non è un caso isolato: ci sarebbero altri simili casi, ovvero di ammanchi di oggetti e di piccole somme di denaro. Episodi avvenuti negli ultimi mesi e che spesso, per lo scarso valore economico o per “vergogna”, non erano stati denunciati alle forze dell’ordine. Tra le vittime di questi furti anche una pensionata di 98 anni, conosciuta nella Bassa Reggiana per essere stata in gioventù una staffetta partigiana a Fabbrico, il paese dove ha sempre vissuto. “Mia madre – racconta la figlia di una delle vittime – a fine marzo è stata ricoverata nel reparto Covid a Scandiano. La notte del 3 aprile si è accorta della presenza di qualcuno vicino a lei. Ha sentito la frase:  ‘Aspetta un attimo che si è impigliata…’. Era la ladra che sfilava la catenina d’oro dal collo. Poi le ha tolto un anello e la fede nuziale, che aveva al dito dal 1946…”.

La sensazione della pensionata è stata quella che la ladra stesse parlando con qualcuno. C’era un complice con lei? Di certo è che al mattino la signora Bruna si è accorta che non aveva più catenina e anelli.

“Mia madre c’è rimasta davvero male. Erano oggetti ricevuti dal marito, morto a soli 50 anni di età per un malore improvviso. Sono ricordi importantissimi per lei…”, aggiunge Marinella. Quella notte non era stato rubato il crocefisso in oro, forse perché staccatosi dalla catenina al momento del furto, finendo sotto la schiena della paziente ricoverata. “Abbiamo deciso di sporgere denuncia – aggiunge la figlia della derubata – perché riteniamo che quel furto sia stato un gesto vigliacco. Oltretutto in un reparto in cui gli accessi sono limitati ai degenti e al personale”.

Ci sono voluti alcuni mesi per arrivare all’identità della donna indagata, residente appunto a Novi: la scorsa estate è stato recuperato il bottino, restituito nei giorni scorsi alla signora Bruna. “I carabinieri di Scandiano sono stati eccezionali. E’ stato un sollievo per mia madre, che dopo il furto si era sentita umiliata. Ora è ospite in una casa di riposo a Reggio, ma con la sua catenina al collo e con la fede e l’altro anello alle dita”.

Redazione OssNews24

Fonte: www.ilrestodelcarlino.it

  • Codice Deontologico dell’OSS: facciamo chiarezza

    È necessario chiarire innanzitutto cosa si intenda quando si utilizzano espressioni come Carta Etica e Codice Deontologico, perché non è soltanto una questione di parole, ma di natura, funzione ed efficacia del documento.

    Il Codice Deontologico, quando è espressione di una professione organizzata in Ordine professionale, costituisce un insieme di principi, doveri e regole di comportamento che disciplinano l’esercizio della professione e che gli iscritti sono tenuti a rispettare. È adottato dagli organismi professionali competenti e la sua violazione può assumere rilevanza anche sul piano disciplinare.

    È, ad esempio, il modello delle professioni sanitarie ordinistiche, come quella infermieristica: esistono un percorso formativo universitario e abilitante, un Albo, un Ordine professionale, organismi rappresentativi istituzionalmente riconosciuti e un sistema disciplinare attraverso il quale viene garantito il rispetto delle norme deontologiche.

    Questa non è, allo stato attuale, la condizione giuridica dell’Operatore Socio Sanitario.

    L’OSS non appartiene a un Ordine professionale, non dispone di un Albo professionale nazionale e il relativo titolo non deriva da una laurea sanitaria abilitante. La formazione dell’OSS trova il proprio quadro negli Accordi tra Stato e Regioni ed è realizzata nell’ambito dei sistemi regionali di formazione secondo la disciplina vigente.

    Di conseguenza, oggi non esiste un organismo ordinistico degli OSS al quale l’ordinamento abbia attribuito il potere di adottare un Codice Deontologico ufficiale, generale e vincolante per tutti gli Operatori Socio Sanitari italiani, accompagnato da un autonomo sistema disciplinare professionale.

    È anche per colmare questo vuoto di identità, visibilità e rappresentanza che gli Stati Generali OSS stanno lavorando alla costruzione del Registro Nazionale degli Operatori Socio Sanitari. Un progetto che non pretende di sostituirsi a un Albo o a un Ordine professionale, né di attribuirsi funzioni che oggi la legge non riconosce, ma che vuole offrire alla categoria uno strumento attraverso il quale conoscersi, contarsi, riconoscersi e acquisire maggiore forza rappresentativa nei confronti delle Istituzioni.

    Il Registro rappresenta quindi un passaggio di un percorso più ampio: rendere finalmente visibile una categoria composta da centinaia di migliaia di lavoratori e costruire le condizioni perché gli OSS possano essere riconosciuti come una comunità professionale con una propria identità, una propria voce e principi etici condivisi.

    Prima ancora di attribuire a un documento la denominazione di “Codice Deontologico dell’OSS”, occorre chiarire un’altra questione fondamentale: chi è il soggetto che afferma di parlare a nome degli Operatori Socio Sanitari e quale rappresentanza può effettivamente documentare?

    Ed è proprio sul tema della rappresentanza che occorre fare un’ulteriore distinzione.

    MIGEP, Stati Generali OSS e SHC OSS operano da anni nella rappresentanza e nella tutela degli Operatori Socio Sanitari, attraverso strutture organizzate, presenza sul territorio e un’interlocuzione continuativa con le Istituzioni, portando le istanze della categoria nei tavoli di confronto e nel dibattito nazionale sul futuro della professione.

    Quando un soggetto presenta una proposta con l’ambizione di rivolgersi all’intera categoria, è quindi legittimo chiedere quale sia la sua natura giuridica e statutaria, quali organismi lo rappresentino, quale rappresentatività possa documentare, chi abbia elaborato e approvato il documento e attraverso quale mandato possa parlare a nome degli Operatori Socio Sanitari italiani.

    La questione non è impedire a qualcuno di avanzare idee o proposte. Ogni contributo può essere utile al confronto. Ma proporre un documento è una cosa; rappresentarlo come espressione dell’intera categoria è un’altra.

    Questo non significa che gli OSS non possano o non debbano avere principi etici e deontologici.

    Al contrario, proprio l’importanza assunta dall’OSS nell’assistenza rende indispensabile sviluppare una forte cultura della responsabilità, della dignità della persona, della competenza, della riservatezza, del rispetto dei limiti professionali e della collaborazione con le altre figure.

    Ed è precisamente in questo spazio che assume valore una Carta Etica.

    La Carta Etica individua principi, valori, responsabilità e comportamenti nei quali gli Operatori Socio Sanitari possono riconoscersi e ai quali possono ispirare il proprio agire professionale. Può diventare uno strumento culturale, formativo e identitario per l’intera categoria, senza pretendere di possedere quella forza normativa e disciplinare propria del Codice Deontologico adottato dall’organismo competente di una professione ordinistica.

    La scelta compiuta dal MIGEP

    È proprio partendo da questa consapevolezza che la Federazione MIGEP ha sviluppato, fin dal 2001, una riflessione sui principi etici e deontologici dell’Operatore Socio Sanitario, successivamente confluita e sviluppata nella Carta Etica dell’OSS.

    La scelta della denominazione “Carta Etica” non diminuisce il valore del documento. Al contrario, ne chiarisce correttamente la funzione rispetto all’attuale collocazione giuridica dell’OSS.

    La Carta affronta temi propri dell’etica e della responsabilità professionale: dignità e centralità della persona assistita, doveri dell’operatore, competenza, aggiornamento, riservatezza, correttezza dei comportamenti, rapporti con i colleghi e con le altre professioni, consapevolezza dei propri limiti e responsabilità nell’agire assistenziale.

    La Carta Etica dell’OSS elaborata dal MIGEP fu inoltre oggetto di un percorso di confronto e venne deliberata ad Arezzo nell’ambito di un evento scientifico del Forum Risk Management, portando la riflessione sull’etica dell’OSS all’interno di un contesto nazionale dedicato alla qualità, alla sicurezza e all’organizzazione dell’assistenza.

    Successivamente è stata portata all’attenzione del Ministero della Salute, diffusa negli anni e utilizzata anche come riferimento nella formazione degli Operatori Socio Sanitari da enti e strutture formative.

    Un esempio significativo è rappresentato dall’ASL di Teramo, che nel proprio Regolamento per la formazione dell’Operatore Socio Sanitario ha inserito espressamente tra i riferimenti bibliografici la “Carta Etica dell’OSS – MIGEP”.

    La Carta MIGEP ha quindi conosciuto negli anni una diffusione che è andata oltre la dimensione strettamente associativa, diventando uno strumento culturale e formativo messo a disposizione della categoria.

    Questo significa riconoscere un dato storico difficilmente cancellabile: la riflessione etica e deontologica dell’OSS esiste da oltre vent’anni e ha già prodotto documenti, esperienze e riferimenti utilizzati anche al di fuori dell’organizzazione che li ha elaborati.

    Per questa ragione, presentare oggi una nuova proposta come “il primo Codice Deontologico dell’OSS” rischia di offrire una rappresentazione incompleta della storia e del percorso compiuto dalla categoria.

    Non è una gara a chi arriva primo

    MIGEP non intende trasformare questa vicenda in una competizione tra associazioni, organizzazioni o gruppi.

    Non ci interessa rivendicare una medaglia. La crescita dell’OSS appartiene a tutta la categoria.

    Proprio per questo riteniamo necessario non cancellare ciò che è stato costruito negli anni e, contemporaneamente, non attribuire a una singola iniziativa un valore rappresentativo generale che essa, da sola, non può avere.

    La proposta pubblicata può rappresentare un contributo al dibattito. Leggiamola, discutiamola e confrontiamola con quanto già esiste.

    Ma chiamiamola per quello che è: una proposta di Codice Deontologico sottoposta al confronto della categoria.

    Una categoria che ha bisogno di chiarezza

    Gli Operatori Socio Sanitari stanno attraversando una delle fasi più delicate della loro storia professionale.

    La revisione del profilo, l’evoluzione delle competenze, l’introduzione dell’Assistente Infermiere, le responsabilità crescenti nell’assistenza e la necessità di un maggiore riconoscimento giuridico e professionale impongono chiarezza.

    Dobbiamo distinguere ciò che deriva dalla legge da ciò che deriva dai contratti; ciò che rappresenta un atto istituzionale da ciò che costituisce una proposta; ciò che vincola l’intera categoria da ciò che nasce dalla libera iniziativa di un’associazione, di un’organizzazione o di un gruppo.

    Questa chiarezza non limita il dibattito. Lo rende più serio.

    Costruiamo insieme il futuro dell’etica professionale dell’OSS

    Come Federazione MIGEP e Stati Generali OSS riteniamo che il vero obiettivo non debba essere stabilire chi possa appropriarsi della parola “deontologia”, ma costruire un percorso serio, trasparente e realmente partecipato sull’identità etica e professionale dell’Operatore Socio Sanitario.

    Mettiamo a confronto ciò che è stato costruito negli ultimi venticinque anni: la Carta Etica MIGEP, le nuove proposte, l’esperienza degli OSS, la formazione e il contributo delle organizzazioni che rappresentano la categoria.

    Se davvero si vuole arrivare in futuro a un Codice Deontologico condiviso degli Operatori Socio Sanitari, questo non può nascere dalla semplice pubblicazione di un documento né dalla decisione unilaterale di un singolo soggetto.

    Deve essere il risultato di un percorso nel quale la categoria possa riconoscersi.

    Il MIGEP continuerà a mettere a disposizione il patrimonio costruito negli anni, a partire dal percorso iniziato nel 2001 e dalla propria Carta Etica dell’OSS.

    Non chiediamo ad altri di riconoscere la storia del MIGEP. Sono i documenti a raccontarla.

    Chiediamo soltanto che, quando si parla agli OSS di etica, deontologia e futuro professionale, si distingua con chiarezza tra ciò che è una proposta, ciò che è un patrimonio già costruito e ciò che possiede un effettivo riconoscimento istituzionale.

    Su questi temi MIGEP è disponibile al confronto con tutti, ma non alla cancellazione della storia.

    Non per rivendicare una primogenitura, ma perché costruire il futuro dell’OSS significa anche rispettarne la storia.

    E quella storia non comincia oggi.

    Federazione Migep  – Stati Generali Oss, Sorrentino Gennaro 

    #OSSnwes24 – OSS – operatore socio sanitario

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  • La politica chiude le porte alla categoria OSS

    Da anni, anche attraverso l’azione della Federazione MIGEP – Stati Generali OSS e SHC OSS, la categoria porta nelle sedi istituzionali richieste, proposte e istanze per il proprio futuro. Eppure la politica continua troppo spesso a lasciare gli OSS ai margini delle scelte che li riguardano.

    Quando sono gli OSS a chiedere spazio, le porte restano troppo spesso chiuse. Quando invece il sistema ha bisogno di loro per colmare le proprie carenze, quelle porte si aprono.

    Dalle scuole del Veneto a Civitavecchia: l’OSS rischia di diventare la risposta silenziosa alle carenze del sistema

    Due vicende diverse, due settori diversi, ma una domanda che non possiamo più evitare: sta diventando normale utilizzare gli Operatori Socio Sanitari per sopperire alle carenze di altre figure professionali?

    Una domanda che ne apre immediatamente un’altra, alla quale la politica continua a non dare una risposta chiara: quale ruolo vuole realmente riconoscere agli Operatori Socio Sanitari nel sistema sanitario e sociosanitario italiano?

    Questi episodi si aggiungono a situazioni che da tempo vengono segnalate anche in numerose RSA e strutture assistenziali. Ed è proprio questo che deve preoccupare.

    Se prima certe situazioni potevano rimanere sotto traccia, oggi stanno emergendo e sembrano allargarsi a macchia d’olio.

    Quando il sistema deve affrontare emergenze, carenze di organico e difficoltà organizzative, ancora una volta viene chiesto all’OSS di adattarsi, di assumersi maggiori responsabilità e di contribuire comunque a garantire la continuità dell’assistenza.

    Da una parte si costruisce una narrazione del sistema sanitario quasi esclusivamente intorno ad alcune professioni, certamente fondamentali e meritevoli di tutela e valorizzazione. Dall’altra ci sono oltre trecendomila Operatori Socio Sanitari che ogni giorno lavorano negli ospedali, nelle RSA, nell’assistenza domiciliare, nei servizi territoriali e nelle strutture sociosanitarie.

    Noi OSS dobbiamo trovare la forza e la consapevolezza per chiedere alla politica di smettere di comportarsi come se l’assistenza fosse sostenuta da una sola figura professionale, mentre il contributo degli Operatori Socio Sanitari continua troppo spesso a essere riconosciuto soltanto quando serve a colmare le carenze del sistema.

    Un sistema sanitario moderno non ha bisogno di “paladini“, ma di professionisti e operatori riconosciuti, formati, tutelati e messi nelle condizioni di lavorare insieme, ciascuno nel rispetto delle proprie competenze e responsabilità.

    Ed è proprio qui che emerge la contraddizione. L’OSS non può diventare la soluzione silenziosa alle carenze del sistema. Non può essere considerato indispensabile quando manca qualcuno e diventare invisibile quando si discute del suo futuro. Non si possono trasferire progressivamente attività, pressioni organizzative e responsabilità sulla categoria e, nello stesso tempo, negarle adeguati strumenti di tutela, formazione continua, crescita professionale, valorizzazione economica e rappresentanza.

    Se l’OSS è parte integrante del sistema assistenziale, deve essere coinvolto nelle scelte che riguardano il futuro dell’assistenza.

    Se gli vengono richieste responsabilità sempre maggiori, devono esistere tutele coerenti con quelle responsabilità.

    Se il suo lavoro è indispensabile, la sua valorizzazione non può continuare a essere rinviata.

    Perché se la risposta alle carenze di personale diventa progressivamente quella di spostare attività e pressione organizzativa sugli Operatori Socio Sanitari, non siamo più davanti a singoli episodi. Siamo davanti a un problema di sistema. Ed è per questo che una domanda deve essere rivolta direttamente alla politica: quale futuro intende costruire per gli Operatori Socio Sanitari?

    Ma un problema di sistema non si cambia soltanto denunciandolo. Si cambia anche quando chi ne subisce le conseguenze prende coscienza della propria forza e decide di trasformarla in partecipazione. Ed è qui che la questione smette di riguardare soltanto la politica e comincia a riguardare ciascuno di noi. Perché quella domanda, da sola, non basta.

    Ce n’è una seconda, forse ancora più difficile, che dobbiamo rivolgere a noi stessi: quanto ancora siamo disposti ad accettare tutto questo in silenzio?

    Siamo una delle categorie più numerose dell’assistenza italiana, presenti praticamente in ogni articolazione del sistema. Eppure continuiamo a essere politicamente e contrattualmente molto più deboli di quanto il nostro numero e il nostro ruolo dovrebbero consentire.

    Ci indigniamo davanti a ogni nuova vicenda. Commentiamo sui social. Protestiamo individualmente. Accusiamo la politica, le istituzioni e i sindacati. Poi, troppo spesso, tutto finisce lì. Ed è questa la riflessione più difficile che dobbiamo avere il coraggio di fare.

    Una categoria numerosa ma frammentata può protestare, indignarsi e farsi sentire. Ma finché non riesce a trasformare quella voce in organizzazione e rappresentanza, continuerà inevitabilmente a lasciare ad altri il potere di decidere del proprio futuro.

    Questo non significa costruire una battaglia contro altre professioni. Significa qualcosa di molto più importante: smettere di essere spettatori del nostro futuro. Non chiediamo di togliere riconoscimenti agli altri, ma dobbiamo avere la forza di pretendere che venga riconosciuto anche il nostro ruolo.

    Le vicende del Veneto e di Civitavecchia, insieme alle situazioni che da tempo vengono segnalate nelle strutture assistenziali del Paese, dovrebbero farci comprendere definitivamente una cosa:

    non possiamo essere indispensabili nei luoghi dell’assistenza e irrilevanti nei luoghi dove vengono prese le decisioni.

    La politica ha certamente le proprie responsabilità. Non si può costruire un sistema nel quale l’OSS rischia di diventare il “tappabuchi” universale dell’assistenza: necessario quando manca qualcuno, invisibile quando si distribuiscono riconoscimenti, risorse e rappresentanza.

    Ma anche noi OSS dobbiamo avere il coraggio di chiederci quale forza siamo realmente disposti a costruire. Perché continuare a lamentarsi delle porte che rimangono chiuse non sarà sufficiente.

    Nessuna categoria conquista spazio soltanto perché è numerosa o perché svolge un lavoro indispensabile. Lo conquista quando diventa consapevole, organizzata e capace di rappresentarsi.

    Dal Veneto a Civitavecchia sta arrivando un messaggio che gli OSS non possono più ignorare.

    Se ciò che prima rimaneva sotto traccia oggi emerge con sempre maggiore evidenza, allora non basta più indignarsi ogni volta che viene alla luce un nuovo caso.

    Dobbiamo decidere cosa vogliamo diventare come categoria. Non contro qualcuno e senza togliere nulla alle altre professioni. Ma finalmente per noi stessi.

    È arrivato il momento di trasformare il malcontento in partecipazione, la partecipazione in organizzazione e l’organizzazione in rappresentanza, costruendo attraverso MIGEP – Stati Generali OSS e SHC OSS quella forza collettiva che oggi ancora manca alla categoria.

    Non possiamo aspettare che siano altri a costruire il nostro futuro, né pensare che qualcuno ci concederà spontaneamente lo spazio che non siamo riusciti a conquistare insieme.

    Nessuno costruirà questa forza al nostro posto. La rappresentanza non si aspetta. Si costruisce. La politica può continuare a chiudere le porte agli OSS.

    Ma siamo noi OSS a dover decidere se continuare ad aspettare fuori o iniziare, insieme, ad aprirle.

    Federazione migep OSS. Angelo Minghetti

    #OSSnwes24 – OSS – operatore socio sanitario

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  • Venezia, operatori socio-sanitari sostituiscono insegnanti di sostegno nelle scuole. Migep – Stati Generali Oss e SHC chiedono chiarimenti

    Di seguito la lettera che Angelo Minghetti (Federazione Migep), Gennaro Sorrentino (Stati Generali Oss) e Antonio Squarcella (SHC OSS) hanno scritto a ministro della Salute, ministro dell’Istruzione, presidente della Regione Veneto, assessore alla Sanità del Veneto e V Commissione regionale del Veneto.

    La Federazione Nazionale Migep – Stati Generali Oss e il sindacato SHC OSS intendono richiamare con urgenza l’attenzione delle Istituzioni sulla vicenda riportata dagli organi di stampa relativa all’impiego di oss nelle scuole del territorio veneziano, in un contesto caratterizzato dalla carenza di insegnanti di sostegno.

    Non intendiamo entrare nel merito delle ricostruzioni giornalistiche, che spetta alle istituzioni verificare, né limitarci a stabilire se un oss abbia svolto o meno attività riconducibili ad altre figure professionali. La questione che poniamo è più profonda e riguarda direttamente le scelte della politica e delle Istituzioni.

    Ogni volta che il sistema attraversa una carenza organizzativa o di personale, all’oss viene chiesto di esserci. Gli vengono richieste flessibilità, capacità assistenziale, adattamento, assunzione di responsabilità e disponibilità a operare in contesti sempre più complessi. Ma una carenza di personale non può essere risolta trasferendo impropriamente funzioni e responsabilità su un’altra categoria di lavoratori.

    Quando, invece, l’oss chiede il riconoscimento del proprio ruolo, la crescita professionale, una formazione continua realmente accessibile e strutturata, maggiori tutele e una chiara prospettiva professionale, le risposte diventano molto più difficili da ottenere.

    È questa la contraddizione che la vicenda veneta porta nuovamente alla luce. Non riguarda soltanto un problema organizzativo. Riguarda il modello che si sta costruendo e una responsabilità politica e istituzionale che non può più essere ignorata.

    Se, per garantire il funzionamento dei servizi, si ricorre all’oss, attribuendogli attività che possono oltrepassare il perimetro della propria formazione e delle proprie competenze, siamo davanti a una precisa questione politica. Non si può chiedere all’oss di rispondere ai cambiamenti del sistema lasciando immobile il sistema che dovrebbe formarlo, tutelarlo e valorizzarlo, né trasformarlo in una sorta di figura “jolly” alla quale affidare, secondo le necessità del momento, attività destinate a compensare la mancanza di altre professionalità.

    Può una carenza di personale giustificare l’utilizzo di una figura professionale per svolgere compiti appartenenti ad altre professionalità? E soprattutto: chi ha deciso che l’OSS possa essere utilizzato in questo modo?

    La tutela degli alunni con disabilità rende la questione ancora più delicata. Il diritto all’inclusione scolastica non può essere garantito attraverso soluzioni emergenziali che rischiano di confondere l’assistenza alla persona con il sostegno educativo e didattico.

    Qualora venisse confermato che agli oss vengono attribuite, anche di fatto, funzioni proprie dei docenti di sostegno o comunque attività estranee al loro profilo, chiediamo che tale utilizzo venga immediatamente interrotto e che siano ripristinate condizioni rispettose delle competenze e delle responsabilità dei lavoratori coinvolti, oltre che dei diritti degli alunni e delle loro famiglie.

    Se agli oss vengono richieste attività ulteriori o differenti rispetto a quelle proprie, occorre sapere sulla base di quale norma, di quale provvedimento, di quale percorso formativo e sotto quale responsabilità ciò avvenga. Il bisogno del sistema non può modificare, di fatto e senza una scelta normativa trasparente, competenze e responsabilità professionali.

    Ancora più grave sarebbe utilizzare personale non specificamente formato per determinate funzioni semplicemente perché disponibile all’interno del servizio. La carenza di una professionalità non abilita automaticamente un’altra professionalità a sostituirla.

    Se questo principio viene meno, il rischio è quello di costruire un sistema nel quale le competenze non vengono più definite dalla formazione e dalle norme, ma dalle necessità contingenti delle amministrazioni. Ed è un precedente che riteniamo estremamente pericoloso.

    Per queste ragioni, la Federazione Nazionale Migep – Stati Generali Oss e il sindacato SHC OSS chiedono un intervento immediato volto ad accertare quanto sta realmente avvenendo negli istituti scolastici interessati e, in particolare, di chiarire quali attività vengano concretamente richieste agli operatori socio-sanitari, sulla base di quali disposizioni, con quale formazione e sotto quale responsabilità gli operatori siano chiamati ad agire.

    Chiediamo inoltre quali iniziative il ministero della Salute, il ministero dell’Istruzione e del merito e la Regione Veneto intendano adottare per impedire che le carenze di personale determinino una sovrapposizione impropria tra professioni differenti. Ma poniamo soprattutto una domanda politica: le Istituzioni chiamate in causa ritengono legittimo utilizzare loss per compensare la carenza di personale appartenente ad altre professioni?

    Su questo chiediamo una risposta chiara. Perché non si può lasciare che siano le necessità organizzative a ridefinire silenziosamente una professione, né utilizzare l’oss dove manca personale e poi negargli un vero percorso di formazione continua, una chiara evoluzione professionale e un riconoscimento coerente con le responsabilità che, nei fatti, gli vengono richieste.

    Non può essere il vuoto della politica a determinare l’allargamento delle competenze degli oss. Se le Istituzioni ritengono che il ruolo dell’operatore socio-sanitario debba evolvere, abbiano il coraggio di dirlo, di regolamentarlo, di formarlo e di riconoscerlo. Se invece il suo profilo rimane quello definito dall’attuale ordinamento, deve essere impedito che le carenze del sistema trasformino l’oss in un sostituto improprio di altre professionalità.

    Non è accettabile utilizzare prima una professione oltre i suoi confini e discutere soltanto dopo delle conseguenze. Chiediamo pertanto al ministero della Salute, al ministero dell’Istruzione e del merito e alla Regione Veneto una risposta politico-istituzionale precisa sulle modalità di utilizzo degli Operatori Socio Sanitari nelle scuole e sui confini delle attività loro richieste.

    Perché questa vicenda non riguarda soltanto gli oss. Riguarda il principio secondo cui ogni professionista deve essere utilizzato per ciò per cui è formato, qualificato e chiamato a rispondere. Su questo principio riteniamo che le Istituzioni chiamate in causa non possano rimanere in silenzio.

    Redazione OssNews24

  • Venezia, mancano insegnanti di sostegno nelle scuole: li sostituiscono gli oss

    Continua a far discutere la scelta della Regione Veneto di sostituire gli insegnanti di sostegno con gli operatori socio-sanitari (oss) nelle scuole del territorio veneziano. Una scelta ormai datata e dettata dalla ceranza di docenti di sostegno.

    Da almeno dieci anni, infatti, la Regione Veneto ha stipulato convenzioni con le cooperative sociali per la fornitura e la gestione di oss da destinare alle scuole, a supporto degli studenti con disabilità. In genere si tratta di ragazzi con invalidità importanti, che hanno ottenuto i benefici previsti dall’articolo 3 comma 3 della Legge 104.

    “Un’anomalia tutta veneta – spiega Leonardo Chiarello, docente di sostegno di lungo corso e dirigente della Cisl Scuola di Venezia, interviststo dal Gazzettino -. Una convenzione pregevole per dare supporto agli studenti con maggiori necessità. Peccato che in questa fase di pesante carenza di professori con la specializzazione gli uffici scolastici calibrino l’incarico del docente di sostegno sulla base della presenza o meno dell’oss e delle ore di servizio che presta”.

    E’ appena il caso di ricordare che insegnanti e oss sono lavori completamente diversi e non intercambiabili. “Una situazione che abbiamo più volte denunciato, reputandola illegittima – spiega Chiarello -. Prima o poi qualcuno si rivolgerà al giudice, perché i compiti dell’oss riguardano gli aspetti igienico-sanitari. Non a caso vengono assegnati, specie nelle scuole dell’infanzia e nelle primarie, agli alunni che hanno bisogno di essere assistiti per mangiare, andare al bagno e per la pulizia personale. Nel contratto della scuola questa figura non esiste. Quindi, se si stabiliscono le ore del docente di sostegno da assegnare agli studenti sulla base del servizio degli oss, si priva lo studente di ore di didattica e si tagliano posti di lavoro per gli insegnanti”.

    Sono poco più di 3.500 gli studenti con disabilità nelle scuole statali della provincia di Venezia. Le presenze più numerose sono alle elementari con circa 1.500 alunni e poco meno di 1.000 alle scuole medie. Se si passa al Veneto i numeri lievitano a quasi 23mila ragazzini. Si conferma pertanto una crescita costante degli studenti con disabilità, che negli ultimi dieci anni ha determinato quasi un raddoppio della quota sul totale degli iscritti, passata dal 2,6% al 4,8%. Quota che supera il 5,2% alle primarie e alle medie.

    A incidere è la presenza sempre più consistente di alunni con disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa). Rientrano in questa gfattispecie i cosiddetti disturbi neurobiologici, che coinvolgono la lettura con la dislessia, la scrittura con la disgrafia o disortografia e il calcolo con la discalculia. Questi ragazzi con presentano deficit di intelligenza, ma necessitano comunque di strumenti compensativi e di didattica personalizzata.

    Proprio in questi giorni si svolge l’assegnazione dei posti in ruolo per il sostegno. In provincia di Venezia ne mancano 291. A preoccupare sono proprio le scuole elementari, dove il contingente autorizzato dagli uffici scolastici è di 217 posti. Ma nelle graduatorie, pur risultando inseriti 117 aspiranti, figurano ben pochi disponibili, perché è tutto personale che ha già ottenuto il contratto a tempo indeterminato lo scorso anno scolastico.

    L’ultima spiaggia rimane la “mini call”, tra il 14 e il 19 agosto: una chiamata a cui può partecipare personale di fuori provincia o di altre regioni. Entro fine agosto le assegnazioni dovranno essere concluse, e poi si passerà a reclutare precari privi di titolo. Malgrado il ministero abbia attivato i tirocini formativi attivi (tfa), ossia un percorso di specializzazione per fornire ai docenti le competenze necessarie per lavorare con studenti disabili, i numeri dei posti attivati sono ancora insufficienti rispetto al fabbisogno.

    Redazione OssNews24

    Fonte: Il Gazzettino

  • Oss, Migep: “Ci sono momenti per fermarsi e momenti per guardare avanti”

    Riceviamo e pubblichiamo una note a firma di Angelo Minghetti (Federazione Migep).

    Forse il cambiamento che chiediamo da anni non dipende soltanto da ciò che faranno la politica, le istituzioni, i sindacati o i contratti. Forse una parte della risposta dipende anche da noi. È una riflessione scomoda, perché è sempre più semplice indicare ciò che gli altri non hanno fatto che domandarci cosa siamo disposti a fare noi. Ma ogni cambiamento collettivo, prima di diventare una conquista, è stato una scelta. La scelta di persone che hanno smesso di aspettare e hanno deciso di assumersi una parte della responsabilità del proprio futuro.

    È questa la prima lezione che possiamo raccogliere: il cambiamento non comincia quando qualcuno ci concede qualcosa, ma quando una comunità decide di costruire ciò in cui crede. Per troppo tempo il malcontento degli oss è rimasto disperso. Rabbia, delusione, paura, sfiducia, a volte persino insulto. Sentimenti comprensibili, ma incapaci, da soli, di modificare i rapporti di forza. Perché la rabbia può denunciare un problema. Ma soltanto la partecipazione può costruire una risposta.

    Ed è proprio questo il passaggio che ancora dobbiamo compiere: trasformare una categoria numerosa, spesso arrabbiata e frammentata, in una comunità consapevole, organizzata e capace di partecipare. Ma una comunità non nasce soltanto perché condivide gli stessi problemi. Per camminare insieme occorre qualcosa di più: una visione.

    Noi oss sappiamo bene ciò che non vogliamo più. Non vogliamo essere considerati soltanto quando il sistema ha bisogno di noi. Non vogliamo continuare a discutere all’infinito delle stesse questioni senza riuscire a incidere realmente sulle decisioni che riguardano il nostro futuro.

    Ma una categoria matura deve riuscire a dire anche ciò che vuole diventare. Quale ruolo vogliamo avere nella sanità dei prossimi anni? Quale riconoscimento professionale chiediamo? Quale formazione? Quali tutele? Quale rappresentanza?

    Non basta condividere un disagio. Dobbiamo cominciare a condividere una direzione. Ed è qui che incontriamo un’altra grande lezione: nessuna comunità costruisce il proprio futuro consumando tutte le proprie energie nelle divisioni interne.

    Possiamo appartenere a sindacati differenti. Possiamo avere idee, esperienze e sensibilità diverse. Possiamo anche dissentire profondamente. Ma esiste un momento nel quale bisogna decidere se ciò che ci divide è più importante di ciò che vogliamo conquistare insieme.

    Non dobbiamo pensarla tutti allo stesso modo per camminare nella stessa direzione. Unità non significa uniformità. Significa riconoscere che, quando è in gioco il futuro degli oss, esiste qualcosa di più grande delle nostre singole appartenenze.

    Ed è forse questo il passaggio politico che oggi dobbiamo avere il coraggio di affrontare. Abbiamo aspettato che altri riconoscessero il nostro valore. Abbiamo aspettato riforme, contratti, riconoscimenti e decisioni politiche. Abbiamo protestato quando quelle risposte non sono arrivate. Ma non possiamo continuare ad affidare il nostro futuro soltanto all’attesa.

    Perché anche l’attesa, quando diventa permanente, produce una conseguenza: lascia ad altri la possibilità di decidere per noi. Ed è qui che un altro pensiero diventa straordinariamente attuale: il cambiamento comincia quando le persone comuni smettono di considerarsi spettatrici di decisioni prese altrove e comprendono che anche scegliere di non partecipare è una scelta. Questo vale anche per noi oss. Essere decine di migliaia non significa automaticamente avere forza.

    La forza dei numeri diventa rappresentanza soltanto quando i numeri diventano partecipazione. Se vogliamo essere ascoltati dobbiamo diventare una presenza. Se vogliamo essere rappresentati dobbiamo partecipare. Se vogliamo incidere dobbiamo organizzarci. Se vogliamo avere forza dobbiamo unirci.

    È dentro questa prospettiva che va letto il percorso che, attraverso Migep, SHC e Stati Generali Oss stiamo cercando di costruire. Non come la pretesa di avere tutte le risposte, né come un percorso nel quale rinunciare alle proprie idee o appartenenze, ma come uno spazio comune costruito dagli oss, nel quale provare a trasformare le tante voci individuali della categoria in una voce collettiva capace di arrivare alle istituzioni.

    Non chiediamo una fiducia senza domande. Non promettiamo risultati immediati. Chiediamo partecipazione. Chiediamo agli oss di unirsi e di costruire insieme questo percorso. Perché nessuna organizzazione può essere più forte delle persone che decidono di sostenerla, viverla e costruirla.

    E allora la domanda diventa inevitabile: quanto ancora vogliamo aspettare? Possiamo continuare a domandarci quando la politica si accorgerà degli oss, quando arriverà il riconoscimento, quando qualcuno difenderà veramente la categoria. Oppure possiamo cambiare la domanda: cosa accadrebbe se gli oss decidessero finalmente di unirsi e diventare protagonisti del proprio futuro?

    Ci sono momenti per fermarsi. Ci siamo fermati. Abbiamo discusso. Abbiamo protestato. Abbiamo aspettato. Ma fermarsi serve soltanto se aiuta a comprendere quale passo compiere dopo. Adesso è il momento di guardare avanti. E forse guardare avanti, oggi, significa avere il coraggio di compiere il passo che abbiamo rinviato troppo a lungo: riconoscerci come comunità, unirci e trasformare finalmente il nostro numero in forza, la nostra voce in rappresentanza e il nostro malcontento in partecipazione.

    Perché il futuro degli oss non può continuare a essere qualcosa che aspettiamo dagli altri. È arrivato il momento di costruirlo insieme. È arrivato il momento di unirsi. Non possiamo più aspettare.

    Redazione OssNews24

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