Oss, Migep: “Ci sono momenti per fermarsi e momenti per guardare avanti”
Riceviamo e pubblichiamo una note a firma di Angelo Minghetti (Federazione Migep).
Forse il cambiamento che chiediamo da anni non dipende soltanto da ciò che faranno la politica, le istituzioni, i sindacati o i contratti. Forse una parte della risposta dipende anche da noi. È una riflessione scomoda, perché è sempre più semplice indicare ciò che gli altri non hanno fatto che domandarci cosa siamo disposti a fare noi. Ma ogni cambiamento collettivo, prima di diventare una conquista, è stato una scelta. La scelta di persone che hanno smesso di aspettare e hanno deciso di assumersi una parte della responsabilità del proprio futuro.
È questa la prima lezione che possiamo raccogliere: il cambiamento non comincia quando qualcuno ci concede qualcosa, ma quando una comunità decide di costruire ciò in cui crede. Per troppo tempo il malcontento degli oss è rimasto disperso. Rabbia, delusione, paura, sfiducia, a volte persino insulto. Sentimenti comprensibili, ma incapaci, da soli, di modificare i rapporti di forza. Perché la rabbia può denunciare un problema. Ma soltanto la partecipazione può costruire una risposta.
Ed è proprio questo il passaggio che ancora dobbiamo compiere: trasformare una categoria numerosa, spesso arrabbiata e frammentata, in una comunità consapevole, organizzata e capace di partecipare. Ma una comunità non nasce soltanto perché condivide gli stessi problemi. Per camminare insieme occorre qualcosa di più: una visione.
Noi oss sappiamo bene ciò che non vogliamo più. Non vogliamo essere considerati soltanto quando il sistema ha bisogno di noi. Non vogliamo continuare a discutere all’infinito delle stesse questioni senza riuscire a incidere realmente sulle decisioni che riguardano il nostro futuro.
Ma una categoria matura deve riuscire a dire anche ciò che vuole diventare. Quale ruolo vogliamo avere nella sanità dei prossimi anni? Quale riconoscimento professionale chiediamo? Quale formazione? Quali tutele? Quale rappresentanza?
Non basta condividere un disagio. Dobbiamo cominciare a condividere una direzione. Ed è qui che incontriamo un’altra grande lezione: nessuna comunità costruisce il proprio futuro consumando tutte le proprie energie nelle divisioni interne.
Possiamo appartenere a sindacati differenti. Possiamo avere idee, esperienze e sensibilità diverse. Possiamo anche dissentire profondamente. Ma esiste un momento nel quale bisogna decidere se ciò che ci divide è più importante di ciò che vogliamo conquistare insieme.
Non dobbiamo pensarla tutti allo stesso modo per camminare nella stessa direzione. Unità non significa uniformità. Significa riconoscere che, quando è in gioco il futuro degli oss, esiste qualcosa di più grande delle nostre singole appartenenze.
Ed è forse questo il passaggio politico che oggi dobbiamo avere il coraggio di affrontare. Abbiamo aspettato che altri riconoscessero il nostro valore. Abbiamo aspettato riforme, contratti, riconoscimenti e decisioni politiche. Abbiamo protestato quando quelle risposte non sono arrivate. Ma non possiamo continuare ad affidare il nostro futuro soltanto all’attesa.
Perché anche l’attesa, quando diventa permanente, produce una conseguenza: lascia ad altri la possibilità di decidere per noi. Ed è qui che un altro pensiero diventa straordinariamente attuale: il cambiamento comincia quando le persone comuni smettono di considerarsi spettatrici di decisioni prese altrove e comprendono che anche scegliere di non partecipare è una scelta. Questo vale anche per noi oss. Essere decine di migliaia non significa automaticamente avere forza.
La forza dei numeri diventa rappresentanza soltanto quando i numeri diventano partecipazione. Se vogliamo essere ascoltati dobbiamo diventare una presenza. Se vogliamo essere rappresentati dobbiamo partecipare. Se vogliamo incidere dobbiamo organizzarci. Se vogliamo avere forza dobbiamo unirci.
È dentro questa prospettiva che va letto il percorso che, attraverso Migep, SHC e Stati Generali Oss stiamo cercando di costruire. Non come la pretesa di avere tutte le risposte, né come un percorso nel quale rinunciare alle proprie idee o appartenenze, ma come uno spazio comune costruito dagli oss, nel quale provare a trasformare le tante voci individuali della categoria in una voce collettiva capace di arrivare alle istituzioni.
Non chiediamo una fiducia senza domande. Non promettiamo risultati immediati. Chiediamo partecipazione. Chiediamo agli oss di unirsi e di costruire insieme questo percorso. Perché nessuna organizzazione può essere più forte delle persone che decidono di sostenerla, viverla e costruirla.
E allora la domanda diventa inevitabile: quanto ancora vogliamo aspettare? Possiamo continuare a domandarci quando la politica si accorgerà degli oss, quando arriverà il riconoscimento, quando qualcuno difenderà veramente la categoria. Oppure possiamo cambiare la domanda: cosa accadrebbe se gli oss decidessero finalmente di unirsi e diventare protagonisti del proprio futuro?
Ci sono momenti per fermarsi. Ci siamo fermati. Abbiamo discusso. Abbiamo protestato. Abbiamo aspettato. Ma fermarsi serve soltanto se aiuta a comprendere quale passo compiere dopo. Adesso è il momento di guardare avanti. E forse guardare avanti, oggi, significa avere il coraggio di compiere il passo che abbiamo rinviato troppo a lungo: riconoscerci come comunità, unirci e trasformare finalmente il nostro numero in forza, la nostra voce in rappresentanza e il nostro malcontento in partecipazione.
Perché il futuro degli oss non può continuare a essere qualcosa che aspettiamo dagli altri. È arrivato il momento di costruirlo insieme. È arrivato il momento di unirsi. Non possiamo più aspettare.
Redazione OssNews24
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