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Migep: “Quando il malcontento degli oss si trasformerà in partecipazione collettiva?

Riceviamo e pubblichiamo una nota a firma di Angelo Minghetti (Federazione Migep).

Nel dibattito sul futuro degli oss emerge sempre più spesso una domanda tanto semplice quanto impegnativa: quando il malcontento si trasformerà in partecipazione collettiva? È un interrogativo che va oltre la dimensione professionale, perché riguarda la capacità di una comunità di diventare protagonista del proprio destino e di incidere sulle scelte politiche, istituzionali e organizzative che ne determinano il futuro.

Negli ultimi anni noi oss abbiamo espresso con chiarezza il nostro disagio. Abbiamo denunciato la carenza di personale, i carichi di lavoro sempre più gravosi, la limitata valorizzazione professionale, l’assenza di percorsi di crescita, il ritardo delle riforme e la sensazione che le decisioni sul futuro della sanità vengano assunte senza il reale coinvolgimento di chi ogni giorno assiste le persone più fragili.

Eppure la storia insegna che il cambiamento non nasce quando cresce il malcontento. Nasce quando una comunità decide di trasformare quel malcontento in responsabilità condivisa.

Per molto tempo ho pensato che il problema degli oss fosse non avere una voce. Oggi credo che il problema sia diverso. La voce esiste, come esistono le idee, le proposte e le persone disposte a mettersi in gioco. Ciò che troppo spesso manca è la convinzione che nessuna idea possa diventare forza politica se non è sostenuta da una comunità capace di riconoscersi in un progetto comune.

Durante un incontro istituzionale mi venne rivolta una domanda tanto semplice quanto significativa. Non mi si chiedeva se le nostre proposte fossero corrette, ma quale comunità fossero realmente in grado di rappresentare. In quel momento compresi una realtà che vale per ogni democrazia: la politica ascolta le ragioni, ma misura anche la capacità di una comunità di renderle vive attraverso la partecipazione. Compresi anche che il futuro di una professione non dipende soltanto dalla qualità delle sue rivendicazioni, ma dalla capacità della comunità di riconoscersi in quelle stesse rivendicazioni e di sostenerle con continuità. Nessuna idea, per quanto giusta, può produrre cambiamento se rimane patrimonio di pochi.

Questa non è una logica che riguarda soltanto gli oss. È la storia di ogni cambiamento civile. Nessuna conquista è nata dall’attesa, dalla rassegnazione o dalla convinzione che qualcuno avrebbe risolto i problemi al posto degli altri. Ogni progresso è stato possibile quando persone comuni hanno deciso di assumersi una responsabilità collettiva, comprendendo che il futuro non appartiene a chi osserva gli eventi, ma a chi sceglie di costruirli.

Esiste una riflessione, spesso attribuita a Mahatma Gandhi, che sintetizza il cammino di molti movimenti: «Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci». Al di là della sua attribuzione, il significato rimane attuale. Ogni percorso di cambiamento attraversa inevitabilmente l’indifferenza, il dubbio e la resistenza. Sono passaggi che non dovrebbero scoraggiare, perché spesso rappresentano il segno che una comunità ha iniziato a rendersi visibile.

Anche noi oss siamo chiamati a scegliere se fermarci davanti alle difficoltà oppure trasformarle nell’occasione per costruire una comunità più consapevole. Ogni stagione di cambiamento mette alla prova la perseveranza delle persone prima ancora della validità delle loro idee.

La vera forza, tuttavia, non consiste nel contrapporsi agli altri, ma nel costruire una comunità capace di rimanere unita anche nelle difficoltà. Le grandi trasformazioni non sono mai il risultato della forza di un singolo leader, ma della maturità di migliaia di persone che comprendono come il bene comune sia più importante dell’interesse individuale. Una categoria cresce quando impara a riconoscersi come comunità prima ancora che come insieme di singole esperienze.

È questo il passaggio più difficile e, nello stesso tempo, il più importante. La rappresentanza non è un servizio che qualcuno offre e qualcun altro utilizza quando ne ha bisogno. È un bene comune che esiste soltanto se ciascuno decide di contribuire alla sua costruzione. Quando una comunità delega completamente ad altri il proprio futuro, rinuncia anche a una parte della propria capacità di determinarlo. È una responsabilità condivisa che si costruisce giorno dopo giorno attraverso la partecipazione, il confronto, la disponibilità a mettersi in discussione e il coraggio di contribuire anche quando il risultato non è immediato.

Gli oss rappresentano una componente essenziale del Servizio Sanitario Nazionale. Ogni giorno garantiscono assistenza, continuità delle cure e vicinanza alle persone più fragili. Proprio per questo il loro contributo non può esaurirsi nell’attività quotidiana. Deve estendersi alla costruzione delle politiche che definiranno il futuro della professione, perché nessuna riforma sarà mai realmente efficace se chi vive ogni giorno la realtà dell’assistenza resterà semplice spettatore.

Forse la domanda che dovremmo porci non è se esista qualcuno disposto a rappresentare gli Operatori Socio Sanitari. La domanda è se noi oss siamo pronti a rappresentare noi stessi attraverso una partecipazione più consapevole, più continua e più responsabile.

È proprio da questa riflessione che sono nati gli Stati Generali Oss. Non come l’ennesima organizzazione o un contenitore di sigle, ma come uno spazio aperto di partecipazione, confronto e responsabilità condivisa, nel quale ogni oss possa sentirsi parte di un progetto più grande della propria esperienza personale.

L’obiettivo non è sostituirsi a nessuno né rivendicare primati, ma contribuire a costruire quella coscienza collettiva che troppo spesso è mancata alla categoria. Nessuna professione cresce se rimane frammentata, se delega sempre ad altri il compito di rappresentarla o se si limita ad attendere che il cambiamento arrivi dall’esterno. Le comunità professionali diventano autorevoli quando imparano a confrontarsi, ad ascoltarsi e a riconoscersi in obiettivi comuni, pur nella diversità delle idee e delle appartenenze.

Gli Stati Generali Oss nascono con questa ambizione: offrire un luogo nel quale le esperienze possano trasformarsi in proposte, le difficoltà in progettualità e il malcontento in partecipazione. Perché una categoria che dialoga, riflette e costruisce insieme acquisisce progressivamente la forza necessaria per essere ascoltata dalle istituzioni e per contribuire, con credibilità, alle decisioni che riguardano il proprio futuro.

In fondo, il vero cambiamento non comincia quando qualcuno decide di parlare a nome di una categoria. Comincia quando una categoria decide di riconoscersi come comunità e comprende che la rappresentanza non è un punto di partenza, ma il risultato di un percorso costruito insieme, giorno dopo giorno, con responsabilità, coerenza e partecipazione.

È anche da questa convinzione che nasce il progetto del Registro nazionale degli operatori socio-sanitari. Non come un semplice elenco di nominativi, né come un traguardo simbolico, ma come uno strumento capace di dare identità, continuità e forza a una comunità professionale che, per troppo tempo, è rimasta dispersa in tante esperienze individuali. Un registro, infatti, non misura soltanto quante persone svolgono una professione: rende visibile una comunità, ne rafforza il senso di appartenenza e ne consolida la capacità di esprimere una rappresentanza autorevole. Perché una comunità che non riesce a riconoscersi difficilmente riuscirà anche a farsi riconoscere.

Ogni grande cambiamento comincia quando le persone smettono di chiedersi cosa gli altri possano fare per loro e iniziano a domandarsi quale contributo siano disposte a offrire alla comunità di cui fanno parte. È in quel momento che il malcontento si trasforma in partecipazione, la partecipazione diventa rappresentanza e la rappresentanza acquista la forza necessaria per incidere nella storia di una professione.

Nel nostro ordinamento la possibilità di partecipare ai tavoli nei quali si discutono i contratti collettivi e le principali scelte che riguardano il lavoro non dipende soltanto dalla qualità delle idee o dalla fondatezza delle proposte, ma anche dalla forza della rappresentanza che una categoria è capace di costruire nel tempo. Ogni occasione mancata di partecipazione rischia di tradursi in un’occasione perduta per far valere con autorevolezza le istanze della professione.

È anche per questa ragione che il rafforzamento di una rappresentanza realmente espressa dagli oss assume un valore che va oltre la crescita di una singola organizzazione. Se oggi questo percorso passa anche attraverso SHC, è perché l’obiettivo non è rafforzare un simbolo, ma consentire alla categoria di essere presente nei luoghi in cui si discutono i contratti, le riforme e le decisioni che riguardano il suo futuro.

Non si tratta di sostenere un’organizzazione per principio, ma di comprendere che, senza una rappresentanza sufficientemente forte, gli oss rischiano di continuare ad assistere alle decisioni che li riguardano senza poter offrire il proprio contributo diretto. La storia insegna che nessuna comunità conquista uno spazio perché qualcuno glielo concede; lo conquista quando dimostra di essere unita, consapevole e pronta ad assumersi la responsabilità del proprio futuro.

Non per formalità, ma perché ogni scelta pubblica richiede interlocutori che dimostrino di interpretare realmente una comunità. Nessun documento, nessun convegno e nessuna organizzazione potranno sostituire questa responsabilità collettiva.

Per questo il futuro della professione non dipenderà soltanto dalle riforme che verranno approvate. Dipenderà soprattutto dalla capacità degli oss di riconoscersi come comunità, di superare le divisioni e di comprendere che la partecipazione non è un gesto occasionale, ma una scelta quotidiana.

Le professioni diventano autorevoli quando le persone che le esercitano decidono di condividere non soltanto il lavoro, ma anche la responsabilità del loro futuro. È in quel momento che una categoria smette di chiedere di essere ascoltata e diventa protagonista delle decisioni che la riguardano.

Forse il futuro degli oss non dipenderà soltanto da ciò che le istituzioni saranno disposte a fare. Dipenderà, prima di tutto, da ciò che noi oss saremo disposti a costruire insieme. Perché la storia ci insegna che ogni grande cambiamento è nato quando una comunità ha smesso di attendere il riconoscimento degli altri e ha iniziato a riconoscere il valore di sé stessa. È da quel momento che una categoria diventa protagonista della propria storia.

Redazione OssNews24

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