Il racconto di un’infermiera “È iniziato così… Papà 61 anni presenta una sincope”

Riprendiamo il racconto di un’infermiere M.V.

È iniziato così… Papà 61 anni presenta una sincope di origine non chiara a casa, con la presenza di mamma.

Si decide di portarlo in PS dove dopo una Tac cerebrale si evidenzia aneurisma cerebrale non attiva, di circa 7mm. Dopo visita con neurochirurgo decidiamo di operare papà in elettiva, senza urgenza. Arriva il giorno dell’intervento, papà sarà operato in una Clinica universitaria e ad operarlo sarà il primario..

Mi tranquillizzo, clinica universitaria penso, figurati avranno i protocolli nella testa, e tutto andrà bene.. I medici mi hanno fatto una buona impressione, sono disponibili, gentili, e competenti. Il giorno in cui papà viene operato, io sono lì fisicamente presente, ma vivo a 1000 km di distanza, sono infermiera, e ringrazio il Signore che papà è stato chiamato per l’intervento mentre io sono con loro nella mia città in vacanza.

Non farò nome dell’ospedale, lo scopo non è quello di creare cattiva pubblicità, lo scopo è quello di riflettere. Mattina del 5 settembre 2019 ore 7 siamo io e mia mamma in ospedale, salutiamo papà prima che va in sala, intervento di craniotomia, lo salutiamo, abbiamo paura, il primario ci ha informato di tutti i rischi, sappiamo tutto.

Lo guardo, ci guardiamo così intensamente negli occhi che le parole non ci sono, gli occhi in quel momento dicono tutto, non riusciamo a non piangere, ci abbracciamo, forte, e lo salutiamo, forte, perché ti voglio bene e voglio ancora dirtelo. Arrivano due infermiere a prenderlo e neanche ci guardano, come se noi non fossimo li, forse per protezione, forse perché incapaci a cogliere l’emozione o forse perché incapaci a gestire l’emozione degli altri.

Il primario mi informa su tutto, anche sull’orario in cui il bisturi sarà nelle sue mani e inizierà l’intervento, mi riferisce il preciso orario in cui ci rivedremo e mi dirà l’esito dell’intervento. Decidiamo di andare, il tempo lì non passa, l’ansia aumenta, e l’unica cosa che mi dona pace e tornare dal mio piccolo cucciolo di tre anni che mi chiede del nonno..

Ore 15 siamo al Policlinico come riferito dal primario, puntuali come orologi noi siamo lì, dietro una porta, e io continuo a guardare una statua della madonna con la preghiera che tutto sia andato bene. Io busso alla porta, il primario esce e mi comunica che l’intervento è andato bene, papà ha presentato un emodinamica stabile, nessuna complicazione, ma mi dice “però aspettiamo il post intervento, sarà critico, speriamo non faccia complicazioni, alle 17 lo trovate in rianimazione perché farà 48 ore di coma farmacologico per un risveglio dolce”.

Sono contenta, tantissimo, è stato corretto trovo. Povero papà penso, 8 ore di craniotomia… Arrivano le 17 e la rianimazione apre l’ora di vista, io entro, corro dietro quei vetri, e cerco papà… Ci sono tubi, tanti tubi, non capisco di chi sia la testa, cerco di capire dov’è papà con la speranza di riconoscere i suoi piedi, ma ci sono le lenzuola e non è facile.. Ci sono dieci posti letto, uno e vuoto. Mi dispero passo ogni letto da quel vetro, ma papà non ce… Allora vado in infermeria e chiedo.

Faccio nome e cognome ma nessuno sa di papà.. Salgo in reparto, mente mia madre piange, seduta su una sedia, ma non mi aprono. Una Signora mi consiglia di andare nel blocco postoperatorio, e chiedere li. Salgo, scendo, risalgo, l’ospedale è grande, io non lo conosco, le indicazioni in ascensore non ci sono, l’ansia sale. Arrivo nel blocco post operatorio, suono, ma nessuno risponde, nessuno apre. Riscendo, risalgo, mamma piange, ancora. Iniziò ad agitarmi, mi sale rabbia, paura, nessuno sapeva niente. Arrivano voi le 18 e l’ora di visita finisce, no dico ora non potete mandarci via, voglio vedere il mio papà.

Risalgo in sala e blocco davanti a quella porta con il dito sul citofono, mi apre un’ausiliaria, chiedo di papà, mi dice senza guardarmi “si si chiedo”, ma nulla. Scendo In rianimazione ce un ragazzo, giovane, un OSS (lo specifico), mi guarda e mi dice “ti auto io”, mi porta davanti alla porta dove avvengono i trasferimenti dei pazienti dal blocco operatorio agli infermieri per i vari reparti.

Corro li, e non mi muovo, ritrovo lei, richiedo di papà, mi dice”si sta svegliando”, si sta svegliando penso? No, nn deve svegliarsi, mi sta prendendo in giro. Busso forte a quella porta, la rabbia sale, rivedo lei mi guarda e mi chiude la porta ma non riesce perché la mia mano è più veloce, la invito ad uscire e chiedo di mio padre, a voce alta, a voce molto alta. In tutto questo sali e scendi, sono le ore 20 e noi li dalle ore 17. Mentre urlo con la signora, si apre una seconda porta, giro lo sguardo ed è il mio papà.. Sulla barella, intubato, testa fasciata, defibrillatore portatile sull’addome. Corro da lui, grido PAPÀ.

L’anestesista mi dice che lo porta a fare la TAC di controllo , le chiedo di parlarle, le racconto tutto, mi accoglie, mi ascolta. Mi dice di aspettare, aspettare la TAC, aspettare che sistemano papà mi rianimazione. Rivedo papà alle ore 21.

È intubato, e per quanto possa essere abituata a vedere i pazienti intubati, il tuo papà è diverso. Era il mio papà. Passano i giorni, papà viene trasferito in reparto. Da lì papà in edema cerebrale importante, la situazione è seria. I medici ci sostengono, ma l’infermieri come me, giovanissimi, anche più di me, pochi sguardi, nessuno che ti ascoltava, nessuno capace a cogliere.

Perché mi chiedo?!

In 10 giorni mai un tappo valvolato del CVC cambiato, mai uno sguardo ricevuto. Comunicazione pari a 0, nulla. Entravano in camera, ed nessuno si presentava, io con la testa sul mio papà, e nessuna pacca sulla spalla ricevuta, ma solo “scusi devo fare l’antibiotico”, “devo mettere il cortisone”, “devo lavarlo” ma cosa siamo infermieri o esecutori?

In 10 giorni ho visto esecutori non infermieri. E noi siamo Infermieri. Non sempre é facile lavorare con il sorriso, non sempre siamo dell’umore giusto, non sempre ne abbiamo voglia.

Ma riflettiamo. I nostri pazienti, i loro parenti, mettono la loro vita, la loro storia, i loro vissuti nelle nostre mani, ci danno fiducia, ci danno tutto, ma siamo davvero capaci di cogliere?! Sono stata con papà quasi 24 ore al giorno, ci hanno visto piangere, sorridere, arrabbiarci, hanno visto tutte le nostre emozioni, ma solo un infermiera ci ha guardato. Non sapevamo se papà ce la faceva, la situazione era critica, sono rimasta lì ferma, ad aspettare ogni segno di miglioramento.

Ho pregato, ho pianto… Allora a voi, a noi, riflettiamo.

Non siamo perfetti, nessuno lo è, abbiamo i nostri momenti, ma la cura, se scegliamo di fare questa professione, vi prego di essere capaci a cogliere, sostenere, guardare. Guardate i vostri pazienti, i loro familiari, guardateli, guardate le loro emozioni, e ancora prima guardate dentro di voi”.

Redazione

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