“Mancano davvero gli oss?”
Riceviamo e pubblichiamo una nota a firma di Angelo Minghetti (SHC – Federazione Migep – Stati Generali Oss).
La recente denuncia sulla carenza di operatori socio-sanitari nelle case di riposo del Friuli-Venezia Giulia riapre una questione che, a nostro avviso, non può essere affrontata soltanto contando quanti oss mancano. È necessario chiedersi perché mancano, dove mancano e a quali condizioni oggi sono disponibili a lavorare. Vogliamo quindi proporre il nostro punto di vista, partendo da alcuni segnali che devono essere letti insieme.
A livello nazionale si stima una presenza di circa 350mila operatori socio-sanitari, mentre la carenza viene quantificata in circa 60mila unità. Numeri importanti, che confermano l’esistenza di un problema. Ma proprio questi numeri ci impongono di andare oltre la semplice affermazione “Mancano gli oss”.
Se molti oss partecipano ai concorsi nella sanità pubblica, significa infatti che esiste una forte domanda di stabilità, diritti, tutele e prospettive occupazionali. Contemporaneamente registriamo una scarsa partecipazione ai percorsi di formazione per diventare oss.
Questa apparente contraddizione dovrebbe far riflettere: gli oss cercano il pubblico, mentre diventa sempre più difficile rendere attrattivo per nuovi lavoratori il percorso per diventare oss. Perché? Forse perché il problema non è semplicemente la carenza di operatori, ma la prospettiva che oggi questa qualifica riesce a offrire. (sfruttamento)
La difficoltà emerge soprattutto nelle Rsa, nel terzo settore e sul territorio, dove pesano retribuzioni insufficienti, perdita del potere d’acquisto, carichi di lavoro crescenti e, in alcuni comparti, contratti rimasti fermi per molti anni, anche fino a circa 14 anni.
Una delle strade che diverse Regioni e le stesse Rsa stanno adottando è il reclutamento di oss dall’estero. Il problema, sia chiaro, non sono i lavoratori stranieri, che devono avere gli stessi diritti, la stessa dignità e le stesse tutele di tutti gli altri lavoratori. La questione è un’altra: possiamo pensare di risolvere una crisi strutturale andando semplicemente a cercare personale fuori dall’Italia, senza prima intervenire sulle condizioni che hanno reso questo lavoro poco attrattivo?
Esistono inoltre questioni concrete legate alla conoscenza della lingua, alla formazione, all’inserimento nei servizi e al rischio che lavoratori in condizioni di maggiore vulnerabilità possano essere esposti a forme di sfruttamento.
E proprio in questo scenario emerge un altro elemento significativo: mentre diminuisce l’attrattività della formazione OSS e si cerca personale all’estero, si sceglie di investire sulla formazione dell’assistente infermiere.
L’assistente infermiere mantiene le attività proprie dell’oss e acquisisce ulteriori attività sanitarie infermieristiche. Eppure rimane, come l’oss , un operatore di interesse sanitario, e non una professione sanitaria. Il rischio è che questa nuova figura venga utilizzata per rispondere contemporaneamente alle difficoltà legate alla carenza di oss e alla carenza di infermieri, soprattutto nelle Rsa e sul territorio.
Se esiste una carenza di oss e contemporaneamente diminuiscono le persone disponibili a formarsi come oss, perché la priorità diventa formare una nuova figura invece di intervenire sulle cause che hanno reso meno attrattiva quella dell’operatore socio-sanitario?
Questo apre ulteriori criticità. Si possono creare aree di sovrapposizione tra oss, assistente infermiere e infermiere, con il rischio di aumentare i carichi di lavoro e generare conflittualità nei servizi se ruoli, responsabilità, attribuzioni e modalità di supervisione non vengono definiti con chiarezza.
Rimane poi una questione fondamentale: le tutele giuridiche e assicurative di queste figure. Il tema assume ancora maggiore importanza alla luce della revisione del profilo dell’operatore socio-sanitario, prevista dall’Accordo Stato-Regioni del 3 ottobre 2024 e recepita con DPCM 25 marzo 2025, che aggiorna il profilo e le competenze dell’oss.
Per oss e assistente infermiere, in quanto operatori di interesse sanitario e non esercenti professioni sanitarie, manca un quadro legislativo specifico che determini requisiti minimi e parametri assicurativi professionali analoghi a quelli stabiliti dal Dm 232/2023 per le professioni sanitarie.
Di fronte all’evoluzione delle attività dell’oss e alle ulteriori attività previste per l’Assistente Infermiere, la domanda diventa inevitabile: se aumentano attività, esposizione e responsabilità, quali sono i parametri legislativi assicurativi che tutelano concretamente questi lavoratori?
E allora dobbiamo porci un’altra domanda: se per offrire una prospettiva all’ossdobbiamo trasformarlo progressivamente in un’altra figura, quale futuro rimane per l’oss?
Il rischio è che l’assistente infermiere diventi progressivamente più attrattivo e finisca per svuotare ulteriormente la figura dell’operatore socio-sanitario, proprio mentre RSA e territorio continuano a denunciarne la carenza.
Nel frattempo prende piede anche la libera professione dell’oss. Di fronte al caro vita, a retribuzioni poco attrattive e a condizioni di lavoro pesanti, alcuni OSS guardano alla partita Iva per cercare una remunerazione migliore, spesso però attraverso un aumento delle ore lavorate, arrivando anche a doppi turni e prestazioni che possono superare le 12 ore giornaliere.
Un fenomeno che pone un’ulteriore domanda: possiamo considerare questa una risposta alla carenza di oss, oppure è un altro segnale della difficoltà economica che spinge gli operatori a lavorare sempre di più per ottenere un reddito adeguato?
C’è poi un’altra situazione che merita attenzione. In Alto Adige, mentre si denuncia la carenza di oss e si investono nuove risorse per formarli, continua contemporaneamente la formazione degli OSA – operatori socio-assistenziali.
E allora un’altra domanda diventa inevitabile: se mancano gli oss, perché continuare a mantenere percorsi differenti per figure che, nella realtà dei servizi, possono trovarsi a svolgere attività assistenziali molto vicine?
Non vorremmo che la pluralità delle qualifiche finisse per produrre un sistema nel quale lavoratori che operano fianco a fianco nell’assistenza abbiano formazione, riconoscimenti economici e tutele differenti, pur concorrendo a finalità assistenziali molto simili.
A rendere il quadro ancora più complesso è il fatto che, in Alto Adige, anche l’OSA può accedere all’acquisizione della nuova qualifica di Assistente Infermiere attraverso uno specifico percorso integrativo di trenta ore.
Mettiamo allora insieme tutti questi segnali: oss che cercano il pubblico; pochi nuovi lavoratori attratti dalla formazione os ; Rsa e territorio che faticano a reperire personale; reclutamento di oss dall’estero; os già qualificati che guardano all’assistente infermiere; formazione degli OSA; OSA che possono accedere all’assistente infermiere; altri oss che scelgono la libera professione.
Ci troviamo quindi davanti a OSA, oss e assistente infermiere, mentre contemporaneamente continuiamo a parlare di carenza di personale. Forse non siamo semplicemente davanti a una carenza di oss. Siamo davanti a una confusione e frammentazione delle figure assistenziali e, soprattutto, a una crisi di attrattività, di riconoscimento e di prospettiva dell’operatore socio-sanitario.
Sarebbe necessario spiegare quale modello assistenziale si vuole costruire, chi dovrà fare cosa, con quale formazione, con quale retribuzione, con quali responsabilità e con quali tutele. Ed è questa la domanda che la politica dovrebbe finalmente affrontare: prima di chiederci dove trovare nuovi oss, non dovremmo chiederci perché sempre meno persone vogliono diventarlo e perché chi è già oss cerca altre strade?
E soprattutto: qual è il reale fabbisogno assistenziale e sulla base di quali criteri viene determinato? La domanda finale, allora, è forse ancora più semplice: mancano davvero gli oss oppure mancano oss disponibili ad accettare determinate condizioni di lavoro?
Redazione OssNews24
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