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La politica chiude le porte alla categoria OSS

Da anni, anche attraverso l’azione della Federazione MIGEP – Stati Generali OSS e SHC OSS, la categoria porta nelle sedi istituzionali richieste, proposte e istanze per il proprio futuro. Eppure la politica continua troppo spesso a lasciare gli OSS ai margini delle scelte che li riguardano.

Quando sono gli OSS a chiedere spazio, le porte restano troppo spesso chiuse. Quando invece il sistema ha bisogno di loro per colmare le proprie carenze, quelle porte si aprono.

Dalle scuole del Veneto a Civitavecchia: l’OSS rischia di diventare la risposta silenziosa alle carenze del sistema

Due vicende diverse, due settori diversi, ma una domanda che non possiamo più evitare: sta diventando normale utilizzare gli Operatori Socio Sanitari per sopperire alle carenze di altre figure professionali?

Una domanda che ne apre immediatamente un’altra, alla quale la politica continua a non dare una risposta chiara: quale ruolo vuole realmente riconoscere agli Operatori Socio Sanitari nel sistema sanitario e sociosanitario italiano?

Questi episodi si aggiungono a situazioni che da tempo vengono segnalate anche in numerose RSA e strutture assistenziali. Ed è proprio questo che deve preoccupare.

Se prima certe situazioni potevano rimanere sotto traccia, oggi stanno emergendo e sembrano allargarsi a macchia d’olio.

Quando il sistema deve affrontare emergenze, carenze di organico e difficoltà organizzative, ancora una volta viene chiesto all’OSS di adattarsi, di assumersi maggiori responsabilità e di contribuire comunque a garantire la continuità dell’assistenza.

Da una parte si costruisce una narrazione del sistema sanitario quasi esclusivamente intorno ad alcune professioni, certamente fondamentali e meritevoli di tutela e valorizzazione. Dall’altra ci sono oltre trecendomila Operatori Socio Sanitari che ogni giorno lavorano negli ospedali, nelle RSA, nell’assistenza domiciliare, nei servizi territoriali e nelle strutture sociosanitarie.

Noi OSS dobbiamo trovare la forza e la consapevolezza per chiedere alla politica di smettere di comportarsi come se l’assistenza fosse sostenuta da una sola figura professionale, mentre il contributo degli Operatori Socio Sanitari continua troppo spesso a essere riconosciuto soltanto quando serve a colmare le carenze del sistema.

Un sistema sanitario moderno non ha bisogno di “paladini“, ma di professionisti e operatori riconosciuti, formati, tutelati e messi nelle condizioni di lavorare insieme, ciascuno nel rispetto delle proprie competenze e responsabilità.

Ed è proprio qui che emerge la contraddizione. L’OSS non può diventare la soluzione silenziosa alle carenze del sistema. Non può essere considerato indispensabile quando manca qualcuno e diventare invisibile quando si discute del suo futuro. Non si possono trasferire progressivamente attività, pressioni organizzative e responsabilità sulla categoria e, nello stesso tempo, negarle adeguati strumenti di tutela, formazione continua, crescita professionale, valorizzazione economica e rappresentanza.

Se l’OSS è parte integrante del sistema assistenziale, deve essere coinvolto nelle scelte che riguardano il futuro dell’assistenza.

Se gli vengono richieste responsabilità sempre maggiori, devono esistere tutele coerenti con quelle responsabilità.

Se il suo lavoro è indispensabile, la sua valorizzazione non può continuare a essere rinviata.

Perché se la risposta alle carenze di personale diventa progressivamente quella di spostare attività e pressione organizzativa sugli Operatori Socio Sanitari, non siamo più davanti a singoli episodi. Siamo davanti a un problema di sistema. Ed è per questo che una domanda deve essere rivolta direttamente alla politica: quale futuro intende costruire per gli Operatori Socio Sanitari?

Ma un problema di sistema non si cambia soltanto denunciandolo. Si cambia anche quando chi ne subisce le conseguenze prende coscienza della propria forza e decide di trasformarla in partecipazione. Ed è qui che la questione smette di riguardare soltanto la politica e comincia a riguardare ciascuno di noi. Perché quella domanda, da sola, non basta.

Ce n’è una seconda, forse ancora più difficile, che dobbiamo rivolgere a noi stessi: quanto ancora siamo disposti ad accettare tutto questo in silenzio?

Siamo una delle categorie più numerose dell’assistenza italiana, presenti praticamente in ogni articolazione del sistema. Eppure continuiamo a essere politicamente e contrattualmente molto più deboli di quanto il nostro numero e il nostro ruolo dovrebbero consentire.

Ci indigniamo davanti a ogni nuova vicenda. Commentiamo sui social. Protestiamo individualmente. Accusiamo la politica, le istituzioni e i sindacati. Poi, troppo spesso, tutto finisce lì. Ed è questa la riflessione più difficile che dobbiamo avere il coraggio di fare.

Una categoria numerosa ma frammentata può protestare, indignarsi e farsi sentire. Ma finché non riesce a trasformare quella voce in organizzazione e rappresentanza, continuerà inevitabilmente a lasciare ad altri il potere di decidere del proprio futuro.

Questo non significa costruire una battaglia contro altre professioni. Significa qualcosa di molto più importante: smettere di essere spettatori del nostro futuro. Non chiediamo di togliere riconoscimenti agli altri, ma dobbiamo avere la forza di pretendere che venga riconosciuto anche il nostro ruolo.

Le vicende del Veneto e di Civitavecchia, insieme alle situazioni che da tempo vengono segnalate nelle strutture assistenziali del Paese, dovrebbero farci comprendere definitivamente una cosa:

non possiamo essere indispensabili nei luoghi dell’assistenza e irrilevanti nei luoghi dove vengono prese le decisioni.

La politica ha certamente le proprie responsabilità. Non si può costruire un sistema nel quale l’OSS rischia di diventare il “tappabuchi” universale dell’assistenza: necessario quando manca qualcuno, invisibile quando si distribuiscono riconoscimenti, risorse e rappresentanza.

Ma anche noi OSS dobbiamo avere il coraggio di chiederci quale forza siamo realmente disposti a costruire. Perché continuare a lamentarsi delle porte che rimangono chiuse non sarà sufficiente.

Nessuna categoria conquista spazio soltanto perché è numerosa o perché svolge un lavoro indispensabile. Lo conquista quando diventa consapevole, organizzata e capace di rappresentarsi.

Dal Veneto a Civitavecchia sta arrivando un messaggio che gli OSS non possono più ignorare.

Se ciò che prima rimaneva sotto traccia oggi emerge con sempre maggiore evidenza, allora non basta più indignarsi ogni volta che viene alla luce un nuovo caso.

Dobbiamo decidere cosa vogliamo diventare come categoria. Non contro qualcuno e senza togliere nulla alle altre professioni. Ma finalmente per noi stessi.

È arrivato il momento di trasformare il malcontento in partecipazione, la partecipazione in organizzazione e l’organizzazione in rappresentanza, costruendo attraverso MIGEP – Stati Generali OSS e SHC OSS quella forza collettiva che oggi ancora manca alla categoria.

Non possiamo aspettare che siano altri a costruire il nostro futuro, né pensare che qualcuno ci concederà spontaneamente lo spazio che non siamo riusciti a conquistare insieme.

Nessuno costruirà questa forza al nostro posto. La rappresentanza non si aspetta. Si costruisce. La politica può continuare a chiudere le porte agli OSS.

Ma siamo noi OSS a dover decidere se continuare ad aspettare fuori o iniziare, insieme, ad aprirle.

Federazione migep OSS. Angelo Minghetti

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Francesco Greco

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