Vorremmo spendere qualche riflessione su quanto sta accadendo all’ospedale San Raffaele di Milano. La denuncia è grave: riguarda la carenza di professionalità del personale infermieristico. Non si tratta di discriminare chi proviene dall’estero, ma di evidenziare che molti operatori non hanno ricevuto una preparazione adeguata.
Questo non è un incidente isolato: è il sintomo evidente di una sanità lombarda che sta crollando sotto il peso di scelte politiche sbagliate, appalti al ribasso e una gestione orientata al profitto anziché alla salute dei cittadini. Un sistema malato, piegato agli interessi delle cooperative e delle intermediazioni private, incapace di garantire sicurezza, qualità e dignità.
Le carenze d’organico, i turni massacranti, il precariato che divora intere generazioni di professionisti e stipendi non competitivi non sono “criticità fisiologiche”, come tenta di raccontare la politica regionale. Sono il risultato diretto di una linea che da anni smantella la sanità pubblica a favore di una privatizzazione diffusa, opaca e incontrollata. La Lombardia di Bertolaso ha reso la sanità un terreno di conquista per appalti, cooperative e agenzie interinali. E il caso San Raffaele lo dimostra in tutta la sua drammaticità.
L’affidamento della gestione infermieristica alla cooperativa esterna come emerso dalle ispezioni, ha portato nelle corsie personale non formato adeguatamente a gestire terapie complesse, monitoraggi critici, farmaci ad alto rischio. Lavoratori stranieri reclutati in fretta, sottopagati, senza adeguato supporto linguistico o professionale: l’emblema di un sistema che preferisce il risparmio al posto della competenza, il costo basso al posto della sicurezza.
Nel frattempo, gli infermieri italiani continuano a fuggire: turni di 12 ore, burnout, nessuna valorizzazione, zero stabilità. La politica guarda, minimizza, normalizza. Queste non sono lamentele professionali, ma un nodo critico per la sicurezza delle cure.
E mentre il sistema implode, invece di ricostruirlo si scelgono scorciatoie pericolose: non solo l’importazione di personale straniero reclutato in fretta, ma anche la spinta crescente a delegare sempre più mansioni complesse anche all’operatore socio-sanitario, trasformandolo di fatto in un sostituto dell’infermiere senza però garantirgli la formazione adeguata.
Una deriva pericolosa che snatura il ruolo dell’assistenza, esponendo il personale a responsabilità improprie e mette a rischio la sicurezza assistenziale. Affidare compiti delicati a personale non formato per quel livello di complessità non è innovazione: è una scelta irresponsabile che può compromettere l’intero sistema.
Esempio lampante è l’accordo Fnopi–Randstad per l’ingresso di infermieri dall’estero: una toppa che non risolve nulla e, anzi, rischia di aggravare ulteriormente la situazione. Invece di investire seriamente nella formazione universitaria, in percorsi reali e strutturati negli istituti socio–sanitari, nella crescita professionale degli OSS e delle nuove figure sanitarie, nelle condizioni di lavoro e nelle assunzioni stabili, si continua a puntare sul reclutamento di personale dall’estero tramite intermediazioni private.
È la conferma di un modello che privilegia personale “pronto subito”, spesso poco preparato, purché costi meno e sia più facilmente gestibile. Altro che tre mesi di corsi. La stessa logica viene applicata anche agli OSS che arrivano dall’estero, senza un adeguato percorso di formazione, verifica delle competenze e reale integrazione professionale.
Dentro questo scenario tossico si inserisce anche la spinta per introdurre figure semiformate come l’assistente infermiere: una figura a bassa formazione, perfetta per cooperative e appalti, ma totalmente inadatta alla complessità dei reparti italiani. Una scelta che abbassa gli standard, non li innalza. È la politica del “tanto basta”, della sanità low cost, della sicurezza sacrificata.
Come se non bastasse, anche le norme nazionali aggravano il quadro. Il Decreto Flussi e il recente DL 146/2025 nati per accelerare l’ingresso di lavoratori stranieri, stanno diventando strumenti per tappare i buchi lasciati da anni di tagli e mala gestione. Senza un vero piano nazionale su formazione, assunzioni e valorizzazione, queste norme non rafforzano il sistema: lo rendono ancora più fragile, ancora più dipendente da manodopera reclutata in fretta e gestita da agenzie private.
E allora la domanda è inevitabile: che sanità può sopravvivere se i reparti complessi finiscono nelle mani di cooperative improvvisate, se le figure semiformate sostituiscono i professionisti, se il personale scappa e la politica continua a negare l’evidenza?
La risposta è semplice e terribile: così si mette in pericolo tutto il sistema sanitario italiano. Se non si cambia rotta ora, il caso San Raffaele non sarà un’eccezione: diventerà la normalità. Serve una riforma vera, che riporti al centro le competenze, la sicurezza, le assunzioni stabili, la formazione e la dignità del lavoro sanitario. Solo così la sanità potrà tornare ad essere un diritto.Non una merce in mano alle cooperative e politici. Non un affare. Not a business
Queste riflessioni ci sono sorte spontanee, se davvero il profitto fosse un principio “naturale”, le professioni sanitarie, socio-sanitarie e le società umane non sarebbero mai sopravvissute, perché la loro esistenza si basa sulla cooperazione e non sull’individualismo.
La professione non è una lotta solitaria di tutti contro tutti, ma una rete complessa di cooperazione e competenza, un motore più potente dell’individualismo. Senza professionisti reali non ci sarebbero cellule, organizzazioni complesse né comunità capaci di prendersi cura dei propri membri.
Mascherare logiche di guadagno e individualismo esasperato come “necessità evolutive” serve solo a giustificare scelte che mettono a rischio la sicurezza dei pazienti e la dignità dei lavoratori. La sanità non può diventare un affare: senza cooperazione e valorizzazione dei professionisti, il sistema implode.
Redazione OssNews24
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