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Assistente infermiere, Tar Lazio dichiara inammissibile il ricorso di Nursing Up. Le riflessioni degli Stati Generali Oss

Riceviamo e pubblichiamo una nota di Gennaro Sorrentino (Stati Generali Oss).

La sentenza del Tar Lazio sul ricorso di Nursing Up contro l’istituzione dell’assistente infermiere è stata dichiarata inammissibile, ma contiene alcuni passaggi che meritano una riflessione ben oltre i tecnicismi giuridici.

Partiamo da un dato concreto: il Tar, opponendosi alle ragioni del sindacato infermieristico, richiama l’assistente infermiere come “braccio operativo” dell’infermiere, che svolge le proprie attività secondo le indicazioni e sotto la supervisione del professionista.

Ovviamente precisiamo subito: nessuno pensa che l’assistente infermiere debba sostituire l’infermiere. Non è questo il punto. Il punto è un altro e mi rivolgo a tutta la categoria cercando di fare un ragionamento come si dice, “di pancia”: come può l’assistente infermiere essere considerata l’evoluzione dell’oss, se la sua nuova collocazione continua a essere quella di una figura sempre di supporto, ma con l’aggiunta di nuove responsabilità?

Riavvolgiamo il nastro e consideriamo il percorso delle professioni sanitarie. La Legge 42/1999 ha segnato una svolta storica proprio perché ha superato la vecchia concezione di “professioni ausiliarie”, riconoscendone autonomia e responsabilità. L’assistente infermiere, invece, nasce come operatore di interesse sanitario, così come chiarito dalla Legge 43/2006.

Il Dpcm 28 febbraio 2025, pubblicato il 21 giugno 2025, istituisce il profilo dell’assistente infermiere e lo colloca espressamente tra gli operatori di interesse sanitario. È un OSS che, dopo una formazione aggiuntiva, acquisisce ulteriori competenze, comprese attività di carattere sanitario, e una responsabilità sulla correttezza delle attività eseguite.

Non diventa una professione sanitaria. È e resta il braccio operativo dell’infermiere. Buon per lui! Anche l’oss, se riavvolgiamo il nastro del suo percorso professionale, ha vissuto un passaggio nella sua storia che avrebbe potuto produrre davvero un’evoluzione. Con la Legge 23 luglio 2021, n. 106, l’OSS dipendente dal SSN è stato trasferito dal ruolo tecnico al ruolo sociosanitario, insieme ad assistenti sociali e sociologi.
Un cambiamento che, così come la Legge 44/1999 avrebbe dovuto essere l’inizio di una vera emancipazione professionale.

E invece, ad oggi, quale evoluzione concreta ha prodotto? La revisione recentissima del suo profilo (Dpcm 25 marzo 2025) che in sostanza introduce l’obbligo di un’ora di formazione per ogni mese lavorato e la responsabilità della corretta esecuzione dell’attività che gli viene attribuita dal sanitario. E poi nient’altro che l’assistente infermiere.

Un circolo vizioso, potremo dire, che torna sempre alla Legge 43/2006 e alla sentenza del TAR: un operatore tecnico di interesse sanitario, un oss “ibridato”, con pochissima formazione, più competenze e più responsabilità, ma ancora privo di una vera evoluzione dello status professionale, della carriera e del riconoscimento contrattuale.

Qualche euro in più (il passaggio nell’area degli assistenti) non può da solo rappresentare il riconoscimento serio di un’evoluzione professionale. Il problema, quindi, non è l’esistenza dell’assistente infermiere. Il Ssn può avere bisogno di una figura intermedia tra oss e infermiere.

La domanda è un’altra: stiamo facendo evolvere l’oss oppure stiamo semplicemente creando un OSS al quale affidare più attività e più responsabilità? Perché evolvere non significa soltanto fare di più. Significa avere un’identità professionale più forte, competenze definite, responsabilità proporzionate, formazione qualificante, percorsi di carriera e una valorizzazione contrattuale adeguata.

Non chiediamo di diventare infermieri. Chiediamo che l’oss possa evolvere senza dover necessariamente diventare qualcun altro. Ed è forse questa, più della stessa sentenza del Tar Lazio, la vera domanda che il mondo oss dovrebbe porre alla politica e alle istituzioni.

Redazione OssNews24

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