Dopo oltre vent’anni dall’istituzione dell’OSS, permane una confusione identitaria che indebolisce la categoria. Molti OSS continuano a considerarsi sanitari, mentre la legge 43/2006 (art. 1, comma 2) e il Ministero della Salute li collocano tra gli operatori di interesse sanitario “tecnico” per la tipologia della formazione e delle competenze attribuite. L’OSS per la tipologia della sua non può essere assimilabile alle Professioni sanitarie, che richiedono un percorso universitario triennale con relativa abilitazione professionale, delineando le sue attività ausiliarie.
L’art. 5 della legge 3/2018 ha previsto che “sono compresi nell’area professionale socio sanitaria, ribadendo (anche se indirettamente attraverso la definizione delle professioni sanitarie) la non inclusione dell’OSS tra queste ultime, che richiedono un percorso formativo universitario e iscrizione a un albo professionale. Questa mancanza di chiarezza continua a limitare il riconoscimento professionale e contrattuale degli OSS.
In tal senso, la sentenza del Consiglio di Stato n. 4340 del 7 giugno 2021, con la quale è stato respinto il ricorso del MIGEP e del Sindacato Professionale Human Caring Sanità contro il Ministero della Salute, ha confermato che la legge 3/2018 non costituisce prova dell’inclusione dell’OSS tra le professioni sanitarie, impedendo quindi agli operatori di ottenere migliori trattamenti economici e professionali sulla base di tale presupposto.
Analogamente, la sentenza del TAR Lazio (2023) ha ribadito che l’OSS non rientra tra le professioni sanitarie, accogliendo i ricorsi degli Ordini delle Professioni Infermieristiche (OPI) contro i tentativi di ampliare in modo autonomo le competenze sanitarie attribuite agli OSS. Queste pronunce sottolineano l’impossibilità di abbassare gli standard formativi o di conferire responsabilità sanitarie a figure prive delle necessarie competenze mediche.
Anche se l’OSS opera all’interno del sistema sanitario e sociale, la confusione sul suo ruolo emerge spesso nei dibattiti, in particolare sui social. Quando si prova a fornire un’informazione corretta su ciò che oggi rappresenta l’OSS, l’intento non è quello di denigrare, ma di favorire una presa di coscienza più consapevole. Tuttavia, non di rado compaiono commenti arroganti e denigratori, che tradiscono ignoranza e scarsa conoscenza della reale funzione dell’OSS.
Leggere certe frasi fa rabbrividire: non solo per il tono offensivo, ma perché dimostrano una mancanza di consapevolezza del valore e della dignità della professione OSS. Talvolta si ha persino il dubbio che alcuni abbiano conseguito la qualifica senza un percorso formativo serio, vista la facilità con cui banalizzano e sviliscono la professione, negando l’evidenza.
L’OSS non è un “piccolo infermiere”, né un lavoratore generico, ma una figura professionale che unisce la cura della persona, il sostegno assistenziale e la collaborazione con i professionisti sanitari.
Anche fattori esterni contribuiscono alla debolezza della categoria: alcuni infermieri temono un’evoluzione del ruolo dell’OSS, altri scaricano su di lui competenze che non ritengono più di propria pertinenza; i sindacati firmano contratti che alimentano un dumping salariale, mentre la politica spesso non riconosce pienamente il valore e il contributo della figura. In questo modo, gli OSS restano in un limbo: troppo qualificati per essere considerati non qualificati, ma mai riconosciuti come professionisti a pieno titolo. Questa situazione indebolisce la categoria e, di riflesso, compromette la qualità dei servizi. Senza OSS consapevoli del proprio ruolo, l’intero sistema di assistenza dagli ospedali alle RSA fino all’assistenza domiciliare rischia di perdere uno dei suoi pilastri fondamentali.
La confusione identitaria influisce anche sulla percezione politica e professionale: agli occhi di politici e infermieri, l’OSS non viene considerato un professionista, anche se noi sosteniamo fermamente il contrario.
Così, gli OSS restano intrappolati in un limbo: troppo qualificati per essere considerati sanitari, ma mai riconosciuti abbastanza da avere un percorso di carriera chiaro e dignitoso.
A questo punto, è inevitabile chiedersi: come può evolvere una professione se fatica a riconoscere la propria identità? A denigrare chiunque cerchi di trasmettere l’informativa?. Finché gli OSS non comprenderanno di essere uniti e coesi, ogni rivendicazione rischia di rimanere vuota. E finché la categoria continuerà a disquisire sulla verità, umiliando chi mette la faccia, sarà difficile costruire una prospettiva di crescita reale e un vero cambiamento professionale.
Il futuro degli OSS dipende da un cambiamento culturale profondo: è necessario smettere di svalutare questa professione attraverso meccanismi di basso livello culturale e professionale. Occorre porre fine alle denigrazioni e avviare iniziative, interne ed esterne, che valorizzino la figura, riconoscendola per ciò che è realmente: un protagonista imprescindibile dell’assistenza. Solo unendo le forze sarà possibile ottenere un cambiamento autentico.
In questa prospettiva, è fondamentale riconoscere anche il ruolo del sindacato degli OSS SHC e del MIGEP, insieme agli Stati Generali, considerando che sono gli unici che realmente rappresentano gli OSS nelle istituzioni. Non vanno denigrati, ma rafforzati, così da delineare con maggiore chiarezza le linee di forza e di sviluppo della categoria. Altrettanto importante è l’istituzione di un Registro Nazionale degli OSS, strumento indispensabile per garantire trasparenza, tutela e valorizzazione professionale.
Solo partendo da questa consapevolezza sarà possibile pretendere dignità contrattuale, formazione di qualità e una collocazione chiara nel sistema. Non basta “chiedere di evolvere”: occorre riconoscere chi siamo, cosa rappresentiamo e quale valore portiamo ogni giorno nella vita delle persone assistite, rispettando chi oggi difende una professione che spesso non accetta la verità e si fa la guerra da sola.
Questa situazione di un basso livello culturale e professionale ha un impatto negativo e significativo sul mondo politico, sociale e infermieristico.
È paradossale che alcuni, invece di costruire una riflessione o sostenere iniziative, scelgano di utilizzare ogni mezzo per rompere l’equilibrio che si cerca di costruire tra ignoranza e professionalità.
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