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Lettera aperta di SHC OSS alle istituzioni: “Cosa penserebbe Florence Nightingale della sanità del 2026?”

Di seguito la lettera inviata da Angelo Minghetti (SHC OSS) al predsidente della Repubblica, al ministro della Salute e ai parlamentrari.

Egregi,
come Sindacato degli Operatori Socio Sanitari SHC OSS sentiamo il dovere politico, morale e istituzionale di rivolgerci a Voi per portare all’attenzione del Paese una riflessione che nasce dalla realtà quotidiana della sanità italiana. La nostra riflessione non nasce contro la professione infermieristica, che rappresenta una colonna fondamentale della sanità italiana, ma contro un modello organizzativo che rischia di allontanare tutte le professioni assistenziali dalla centralità della persona

Negli ultimi anni il dibattito pubblico si è concentrato quasi esclusivamente su riforme organizzative, nuove figure professionali, carriere, competenze avanzate, processi universitari e modelli gestionali. Ma mentre la politica discute di strutture e governance, nei reparti ospedalieri, nelle RSA e nei servizi territoriali cresce una crisi molto più profonda: la crisi della cura. Oggi il sistema sanitario non soffre soltanto per la carenza di personale. Soffre soprattutto perché sta perdendo il contatto con il significato umano dell’assistenza.

I professionisti socio sanitari lavorano in condizioni sempre più pesanti, schiacciati da turni massacranti, responsabilità crescenti e una gestione che privilegia la burocrazia rispetto alla presenza accanto al paziente.

Si è costruito un modello di sanità assistenziale in cui la penna conta più della siringa. In questo sistema sanitario, l’infermiere si sta allontanando dal rapporto umano con il paziente e dal valore della collaborazione assistenziale, trasformandosi sempre più in una figura burocratica e gestionale, dove la penna sostituisce la siringa. Una deriva che non danneggia soltanto la professione infermieristica, ma impoverisce l’intero sistema sanitario, perché quando viene meno la relazione umana, la cura perde la propria essenza e diventa un processo freddo, distante e privo di quella dimensione assistenziale che rappresenta il cuore della sanità.

La vera forza della sanità non nasce dalle gerarchie o dalle firme, ma dalla capacità di lavorare insieme, di condividere responsabilità, competenze e umanità attorno ai bisogni del cittadino fragile. Oggi, però, le procedure sembrano avere più valore della relazione umana. Il linguaggio amministrativo rischia di soffocare il significato più autentico della cura, mentre una parte della professione infermieristica si sta progressivamente allontanando dal rapporto umano con il paziente e dall’essenza stessa dell’assistenza.

La realtà ci restituisce sempre più spesso un professionista orientato alla gestione burocratica, digitale e comunicativa: tra computer, piattaforme, procedure, social network e sistemi informativi, il rischio è quello di trasformare l’infermiere in un operatore amministrativo-tecnologico, dove lo strumento informatico finisce per avere più centralità dello strumento terapeutico rappresentato dalla siringa e dal contatto diretto con il paziente. Ma la cura non può essere ridotta a protocolli, dati o funzioni organizzative. La sanità vive nella relazione umana,  nella presenza, nell’ascolto e nella collaborazione tra tutte le professioni assistenziali. Quando questo equilibrio si spezza, a perdere non è soltanto una professione: è l’intero sistema di cura.

In questo scenario, anche gli Ordini professionali portano una grande responsabilità. Anziché difendere fino in fondo il cuore della professione infermieristica e il valore dell’assistenza diretta al paziente, troppo spesso hanno favorito la costruzione di un sistema sempre più verticistico e accademico. L’introduzione delle tre lauree cliniche ha segnato un confine tra passato e futuro che rischia di allontanarsi dalla realtà quotidiana dei reparti e dei servizi assistenziali.

Un modello fondato più sul prestigio istituzionale, sulle gerarchie professionali e sulla crescita accademica che sulla tutela concreta della cura, della presenza assistenziale e del rapporto umano con il paziente. Così, mentre aumentano titoli, livelli e strutture organizzative, si riduce progressivamente il valore della collaborazione assistenziale e della centralità del malato. Perché una sanità costruita sulle distanze professionali e sulle gerarchie rischia di perdere ciò che dovrebbe difendere ogni giorno: l’umanità della cura.

Oggi molti giovani infermieri entrano nei reparti con una formazione sempre più orientata agli aspetti teorici, organizzativi e accademici, ma spesso con difficoltà nell’affrontare la complessità umana ed emotiva dell’assistenza quotidiana.  La vera autorevolezza di una professione sanitaria non nasce dal titolo. Nasce dalla capacità di stare accanto alla sofferenza. Nasce dalla responsabilità morale verso il paziente. Per questo motivo chiediamo alle Istituzioni un cambio di visione politico e culturale.

La politica, sotto la spinta degli Ordini professionali, ha tracciato una strada che rischia di produrre profonde disuguaglianze all’interno del sistema assistenziale. Da una parte si costruisce un percorso di crescita sempre più elevato e specialistico per la professione infermieristica; dall’altra si scarica l’intera attività assistenziale di base su figure prive di adeguate tutele giuridiche, riconoscimento professionale e reali garanzie formative.

In questo scenario, l’Assistente Infermiere e l’OSS rischiano di diventare le figure più esposte allo sfruttamento organizzativo e operativo: chiamati a sostenere il peso quotidiano dell’assistenza, ma senza essere riconosciuti pienamente come professionisti sanitari e senza un sistema normativo capace di proteggerli realmente.

Si sta così costruendo un modello che offre prospettive, carriera e sviluppo accademico all’infermiere, mentre alle figure di supporto vengono affidate responsabilità sempre più pesanti senza un parallelo riconoscimento giuridico, economico e professionale. Un cambiamento che rischia di ampliare le distanze tra le professioni, indebolire la collaborazione assistenziale e trasformare il lavoro di chi opera accanto al paziente in una funzione subordinata, gravosa e poco tutelata, anziché valorizzata come parte essenziale del sistema di cura.

Eppure la vera autorevolezza dell’infermiere non nasce da un titolo accademico. Nasce dalla capacità di stare accanto alla sofferenza. Nasce dalla competenza nella cura. Nasce dalla responsabilità morale verso il paziente, mentre il sistema rincorre titoli, gerarchie e nuove collocazioni di potere, esiste una parte silenziosa della sanità che continua ogni giorno a sostenere il peso concreto della fragilità umana. Sono gli Operatori Socio Sanitari.

Oltre 350 mila professionisti che ogni giorno, ventiquattro ore su ventiquattro, garantiscono assistenza diretta, igiene, supporto relazionale, ascolto, vicinanza e dignità ai cittadini più fragili. Sono le mani che sostengono il malato quando perde autonomia. Sono le presenze che ascoltano la solitudine. Sono i volti che restano accanto al dolore quando il sistema corre altrove. Eppure questa professione continua a vivere in una condizione di invisibilità istituzionale, professionale ed economica.

Non esiste alcuna riforma sanitaria credibile se non si restituisce centralità all’assistenza. Non basta parlare di innovazione, tecnologia, digitalizzazione o nuovi modelli organizzativi se poi manca chi resta realmente accanto al cittadino fragile.

La politica deve assumersi la responsabilità di vedere ciò che per troppo tempo ha scelto di ignorare. Perché il più grande errore delle istituzioni è stato quello di guardare soltanto la dimensione organizzativa della sanità e una professione infermieristica sempre più distante dalla vera assistenza, dimenticando che il cuore del sistema sanitario non è la burocrazia, ma la cura della persona. Quando la gestione amministrativa prende il sopravvento sulla presenza umana, il rischio è quello di costruire una sanità efficiente nei numeri, ma sempre più povera nella relazione, nell’ascolto e nella dignità dell’assistenza.

Forse Florence Nightingale, la donna che ha rivoluzionato il concetto moderno di assistenza, oggi camminerebbe in silenzio nei corridoi degli ospedali e delle RSA, osservando una sanità profondamente cambiata. Vedrebbe monitor, protocolli, firme, gerarchie, carriere e competenze avanzate. Ma probabilmente si fermerebbe davanti a chi continua ancora oggi a stare accanto al malato nelle ore più difficili. Vedrebbe una professione infermieristica sempre più schiacciata tra responsabilità cliniche, procedure organizzative e carichi burocratici, con il rischio di allontanarsi progressivamente dalla dimensione più umana della cura”.

Vedrebbe Operatori Socio Sanitari che ogni giorno assistono i bisogni primari della persona fragile, sostengono la sofferenza e custodiscono la dignità umana fino all’ultimo respiro. Professionisti invisibili, spesso senza adeguato riconoscimento istituzionale e senza reali percorsi di valorizzazione alla complessità assistenziale moderna, ma chiamati quotidianamente a sostenere il peso concreto della cura in un sistema sempre più complesso. E forse si chiederebbe come sia stato possibile che l’atto più sacro dell’assistenza, la cura diretta della persona, sia diventato il lavoro meno riconosciuto del sistema sanitario.

Florence Nightingale sosteneva che la cura viene prima del potere, prima delle gerarchie e prima delle carriere. Probabilmente guarderebbe tutto questo con amarezza, ma anche con speranza. Perché comprenderebbe che, nonostante tutto, esistono ancora professionisti che ogni giorno continuano a difendere il significato autentico della cura. Osserverebbe un sistema dove gli OSS  si muovono in un equilibrio fragile, spesso confuso nei ruoli e nelle responsabilità. Un sistema che parla continuamente di innovazione, ma troppo poco di presenza umana.

E forse direbbe: “Nel mio tempo, assistere un malato significava custodire la sua dignità. Oggi vedo una parte della professione infermieristica allontanarsi progressivamente dal significato originario della cura e dalla dimensione più autentica della relazione umana con il paziente, schiacciata sempre più da procedure, organizzazione e funzioni burocratiche. La formazione e la crescita professionale dovrebbero rappresentare un ponte tra competenza clinica ed empatia, non un motivo di distacco dalla sofferenza umana. La vera assistenza non consiste soltanto nell’eseguire compiti o procedure: significa ascoltare, comprendere, restare accanto alla sofferenza umana. Ogni gesto rivolto a una persona fragile rappresenta un atto di umanità che nessuna carriera, gerarchia o ruolo dovrebbe mai oscurare”.

Oggi assistiamo a una sanità dove la professione infermieristica stessa rischia di allontanarsi progressivamente dal letto del paziente. Non si tratta di condannare il progresso o la formazione universitaria. La sanità moderna ha bisogno di ricerca, innovazione e competenze avanzate.

In questo scenario, anche gli Ordini professionali hanno grandi responsabilità. Anziché difendere fino in fondo il cuore della professione infermieristica, troppo spesso hanno favorito la costruzione di un sistema sempre più verticistico e distante dalla realtà quotidiana dell’assistenza, fondato più sul prestigio accademico e istituzionale che sulla tutela concreta della cura.

Chiediamo:

  • il pieno riconoscimento istituzionale e professionale degli Operatori Socio Sanitari;
  • investimenti concreti sulla formazione e sulla valorizzazione degli OSS;
  • maggior tutela economica, professionale e contrattuale;
  • una riforma dell’assistenza che rimetta al centro la dignità della cura;
  • il riconoscimento del 29 maggio come Giornata Nazionale dell’Operatore Socio Sanitario.

Il 29 maggio non deve rappresentare una semplice celebrazione simbolica. Deve diventare il riconoscimento ufficiale di tutti coloro che ogni giorno sostengono il peso concreto della fragilità umana.

Egregio Presidente della Repubblica,
riconoscere ufficialmente gli OSS significherebbe riconoscere una professione invisibile agli occhi del sistema, ma fondamentale nella vita quotidiana del Paese. Significherebbe restituire dignità a chi, nel silenzio, continua a tenere in piedi una parte essenziale della sanità italiana.

Egregio Ministro della Salute,
quando una professione sanitaria perde il contatto con la sofferenza umana, rischia inevitabilmente di perdere anche la propria anima. Forse la  luce della Florence Nightingale, oggi, non illuminerebbe le scrivanie del potere sanitario. Illuminerebbe ancora il letto del paziente. Accanto a chi cura davvero. Accanto a chi resta. Accanto a chi, nel silenzio, continua ogni giorno a difendere la dignità umana. Perché la cura non è una mansione. È una responsabilità morale. E nessuna riforma sanitaria dovrebbe mai dimenticarlo. E la Florence comprenderebbe probabilmente anche il dolore silenzioso degli Operatori Socio Sanitari. Una categoria fondamentale, spesso utilizzata come colonna invisibile dell’assistenza, ma lasciata ai margini del riconoscimento professionale, normativo e culturale.

Egregi Parlamentari.
state costruendo una sanità  con case di comunità vuote di personale, ma sempre meno umana. Avete investito su modelli gestionali, procedure, strutture a scatole vuote senza personale, gerarchie e burocrazia,  ma avete progressivamente dimenticato chi ogni giorno resta accanto al cittadino fragile. La cura non può essere ridotta a una funzione di una penna in mano. Non può esistere una sanità moderna se il rapporto umano viene sacrificato alla logica delle carte, delle procedure e delle gerarchie.

Gli Operatori Socio Sanitari rappresentano oggi una delle colonne invisibili dell’assistenza italiana. Sono presenti nei momenti più difficili della malattia, della sofferenza e della non autosufficienza, ma continuano a vivere senza il giusto riconoscimento istituzionale, professionale ed economico.

Il problema non riguarda soltanto una categoria. Riguarda il futuro stesso della sanità pubblica italiana. Perché una sanità che perde il contatto con la sofferenza umana rischia inevitabilmente di perdere anche il proprio significato civile e morale. Per questo chiediamo alla politica di avere il coraggio di rimettere al centro la dignità dell’assistenza, il valore della cura e il riconoscimento di chi ogni giorno sostiene concretamente il peso della fragilità umana, l’operatore socio sanitario.

Egregi,
senza Operatori Socio Sanitari non esiste assistenza. Senza assistenza non esiste cura. E senza cura nessuna società può definirsi realmente civile.

Redazione OssNews24

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