Dopo il PNRR, quali garanzie per la categoria OSS? Io credo che dobbiamo partire proprio dalla parola “garanzie”. Perché in questi anni abbiamo parlato moltissimo di riorganizzazione della sanità, di territorio, di Case della Comunità, di Ospedali di Comunità, di assistenza domiciliare, di digitalizzazione, di nuove tecnologie e di nuovi modelli organizzativi.
Il PNRR ha destinato alla Missione Salute 15,63 miliardi di euro e ha posto tra i propri obiettivi il rafforzamento dell’assistenza territoriale e la valorizzazione del personale del Servizio sanitario nazionale. Il Ministero della Salute indica oggi come raggiunto il target dell’attivazione dei servizi in almeno 1.038 Case della Comunità. Il programma prevede inoltre almeno 307 Ospedali di Comunità, mentre una parte fondamentale della riforma riguarda l’assistenza domiciliare e la presa in carico delle persone anziane, croniche e non autosufficienti.
Quindi sono cambiate e stanno cambiando le strutture. Ma la nostra domanda è un’altra: insieme alle strutture, abbiamo costruito anche le garanzie per chi dovrà farle funzionare? E soprattutto: dove si colloca l’Operatore Socio Sanitario e la nuova figura dell’assistente infermiere dentro questa trasformazione? Questa, secondo me, è la questione che dobbiamo avere il coraggio di affrontare.
Perché possiamo costruire le Case della Comunità più moderne d’Europa. Possiamo acquistare tecnologie, creare piattaforme digitali, parlare di telemedicina e assistenza di prossimità. Ma se poi mancano le persone, se il personale è insufficiente, se non vengono definite le competenze, se aumentano i carichi di lavoro e se chi assiste quotidianamente la persona continua a non avere adeguate tutele e prospettive, rischiamo di avere strutture nuove con problemi vecchi. E gli OSS conoscono molto bene questi problemi. Li conoscono negli ospedali. Li conoscono nelle RSA. Li conoscono nell’assistenza domiciliare. Li conoscono nelle strutture private e nelle cooperative.
Li conoscono quando devono lavorare con organici insufficienti, quando vengono spostati da un servizio all’altro, quando viene chiesto loro di sopperire alle carenze organizzative e, qualche volta, quando il confine tra collaborazione e sostituzione diventa pericolosamente sottile. Ecco perché il primo punto che voglio porre oggi è molto semplice: non può esserci una vera riforma dell’assistenza senza una riforma della condizione dell’OSS.
Il PNRR ha ridisegnato luoghi e modelli dell’assistenza. Adesso dobbiamo avere il coraggio di ridisegnare anche il ruolo delle persone che quell’assistenza la garantiscono ogni giorno. L’OSS non può essere il lavoratore “adattabile a tutto” Per troppo tempo l’OSS è stato considerato una figura alla quale chiedere di adattarsi alle necessità del servizio.
Quando manca personale, l’OSS diventa indispensabile. Quando bisogna riconoscere economicamente il suo lavoro, improvvisamente diventa meno visibile. Quando bisogna attribuire nuovi compiti, si parla di evoluzione. Quando invece chiediamo tutele, responsabilità definite e sviluppo professionale, tutto diventa più complicato. Questo meccanismo deve essere superato.
L’OSS la nuova figura deve sapere cosa può fare, cosa non deve fare, quali responsabilità assume, quale formazione deve possedere e quali tutele gli vengono riconosciute. Non possiamo continuare ad affidare queste risposte alla singola azienda, alla singola struttura o, peggio ancora, all’interpretazione del singolo responsabile.
La stessa legislazione distingue le professioni sanitarie dagli operatori di interesse sanitario e mantiene una competenza regionale sui relativi profili e sulla formazione. Ed è proprio qui che emerge una delle questioni che poniamo da anni: non possiamo costruire una sanità nazionale lasciando che il percorso dell’OSS sia frammentato territorialmente.
Occorrono standard realmente uniformi. Occorre una formazione seria, verificabile e omogenea. Occorre impedire che il titolo di OSS abbia percorsi e qualità formativa profondamente differenti a seconda del luogo in cui viene conseguito. Dopo il PNRR servono garanzie concrete.
Quando parliamo di garanzie, quindi, non dobbiamo limitarci a uno slogan. Per noi significa mettere sul tavolo almeno alcuni punti fondamentali:
Su quest’ultimo punto voglio soffermarmi. Non chiediamo privilegi perf l’oss. Chiediamo rappresentanza della categoria. Perché esiste una differenza enorme tra essere convocati quando una decisione è già stata presa ed essere presenti quando quella decisione viene costruita. E troppo spesso gli OSS vengono chiamati soltanto dopo.
Il tema dell’Assistente Infermiere dentro questo scenario non possiamo ignorarla. Abbiamo contestato il modello e continueremo a evidenziarne le criticità. Ma deve essere molto chiaro un principio: abbiamo contestato il modello, non i lavoratori.
La discussione non può diventare una guerra tra OSS, Assistenti Infermieri e infermieri. Il problema è stabilire chi fa cosa, con quale formazione, sotto quale responsabilità, con quale supervisione e con quali tutele. Perché quando questi confini non sono chiari, il rischio non ricade soltanto sul lavoratore. Ricade anche sulla persona assistita.
E allora la questione dell’Assistente Infermiere deve insegnarci qualcosa: non possiamo continuare a modificare l’organizzazione dell’assistenza creando nuove funzioni senza affrontare contemporaneamente responsabilità, assicurazioni, contratti, fabbisogni di personale e sostenibilità organizzativa. Non devono esistere figure costruite per sostituire altre figure a minor costo. Devono esistere professionisti e operatori diversi che collaborano, ciascuno nel proprio ruolo. Perché collaborare non significa sostituire. La sanità territoriale ha bisogno degli OSS.
C’è poi un’altra questione. La riforma territoriale afferma che dobbiamo portare l’assistenza più vicino alla persona. Le Case della Comunità sono state pensate proprio come luoghi di prossimità e accesso ai servizi sanitari, sociosanitari e sociali. Ma se davvero vogliamo portare l’assistenza sul territorio, allora dobbiamo riconoscere che l’OSS può avere un ruolo importante in questa trasformazione, naturalmente all’interno delle proprie competenze e dell’organizzazione multiprofessionale.
Pensiamo alla persona anziana. Alla persona fragile. Alla persona non autosufficiente. Alla domiciliarità. Alle attività quotidiane di assistenza. Alla relazione con la famiglia. All’osservazione dei bisogni della persona. Alla continuità tra struttura, territorio e domicilio. Questo è un patrimonio di esperienza che il sistema non può ignorare. L’OSS non deve essere considerato soltanto come una risposta alla carenza di personale.
Questo sarebbe un errore enorme. L’OSS deve essere valorizzato perché svolge una funzione propria nell’assistenza, non perché manca qualcun altro. Ed è una differenza fondamentale. Dalle strutture alle persone.
Il PNRR prima o poi terminerà. Gli edifici resteranno. Le apparecchiature resteranno. Le Case della Comunità resteranno. Gli Ospedali di Comunità resteranno. Ma la vera domanda sarà: con quale personale funzioneranno e in quali condizioni lavorerà quel personale? Perché una struttura sanitaria non è il muro che la contiene.
Una struttura sanitaria esiste davvero quando dentro quei muri ci sono persone in grado di assistere altre persone. Per questo dobbiamo spostare l’attenzione dalle strutture alle persone. Il prossimo investimento deve essere sulle competenze. Sulla formazione. Sugli organici. Sulla sicurezza. Sui contratti. Sulle retribuzioni. Sulla dignità professionale. E sulle tutele.
Come Federazione MIGEP e come Stati Generali OSS chiediamo da tempo di aprire una fase nuova. Una fase nella quale la categoria non venga semplicemente consultata, ma partecipi alla costruzione delle decisioni che la riguardano. Per questo continuiamo a sostenere la necessità di un Registro Unico Nazionale degli OSS, capace di dare identità, tracciabilità e rappresentazione nazionale a una categoria oggi dispersa tra sistemi e realtà differenti.
Chiediamo inoltre un confronto nazionale sulla formazione, sulle competenze, sulle responsabilità e sul futuro dell’OSS. E chiediamo alle Regioni una vera regia sull’organizzazione dell’assistenza, perché l’introduzione di nuovi modelli e nuove figure deve essere accompagnata da una fotografia reale dei fabbisogni. Quanti OSS servono? Quanti assistenti infermieri servono. Dove servono? Con quali competenze? Con quali carichi assistenziali? Con quale rapporto rispetto alle altre figure? Con quali tutele? Sono domande che devono trovare risposte prima, non dopo che emergono i problemi.
Vorrei chiudere tornando al titolo: “Dopo il PNRR: quali garanzie per la categoria OSS?” La nostra risposta non può essere soltanto economica. La prima garanzia è il riconoscimento. La seconda è una formazione uniforme e di qualità. La terza è la chiarezza delle competenze e delle responsabilità. La quarta è la tutela giuridica e assicurativa. La quinta è una retribuzione coerente con il lavoro svolto. La sesta è la possibilità di crescere professionalmente. E l’ultima, forse la più importante, è avere finalmente voce nei luoghi nei quali si decide il futuro della categoria.
Perché il futuro degli OSS non può essere scritto soltanto da altri. Non chiediamo di sostituire nessuno. Non chiediamo di invadere le competenze di nessuno. Chiediamo semplicemente che venga riconosciuto il valore di ciò che gli OSS già fanno ogni giorno e che, quando il sistema sanitario cambia, l’OSS non venga lasciato indietro.
Il PNRR ci ha insegnato a parlare di innovazione, prossimità e futuro. Adesso dobbiamo aggiungere una quarta parola: garanzie. Perché senza lavoratori formati, tutelati, riconosciuti e valorizzati, non esiste riforma capace di reggere nel tempo. E soprattutto non dimentichiamoci mai una cosa: dietro ogni organizzazione, dietro ogni struttura, dietro ogni sigla e dietro ogni riforma, c’è una persona che ha bisogno di essere assistita. E accanto a quella persona, ogni giorno, molto spesso c’è un OSS e, nel nuovo scenario assistenziale, potrà esserci anche l’Assistente Infermiere.
Il punto, oggi, non è semplicemente scegliere da che parte stare. È comprendere quale principio vogliamo costruire per il futuro della nostra qualifica. Per troppo tempo l’OSS ha affidato ad altri la propria rappresentanza, aspettando che fossero altri a riconoscerne il valore, a difenderne le competenze e a portarne le esigenze nei luoghi dove si decide.
Oggi questo schema deve essere messo in discussione. Perché le trasformazioni che stanno attraversando la sanità, la conclusione del PNRR, i nuovi modelli organizzativi e l’introduzione di nuove figure possono determinare scelte destinate a incidere per molti anni sul ruolo dell’OSS.
E ciò che oggi accettiamo senza partecipare domani potrebbe diventare molto più difficile da cambiare. Per questo la riflessione che vogliamo lasciare alla categoria va oltre un convegno, oltre una sigla e oltre le appartenenze personali.
Vogliamo continuare ad aspettare che siano altri a decidere quale spazio dovrà avere l’OSS, oppure vogliamo iniziare a costruire direttamente la forza necessaria per rappresentare la nostra qualifica? È questo il cambiamento culturale di cui abbiamo bisogno.
Non significa contrapporci gli uni agli altri. Significa uscire dai vecchi schemi, superare divisioni e appartenenze consolidate e comprendere che la tutela dell’OSS deve vedere gli OSS protagonisti della propria rappresentanza.
Oggi abbiamo l’opportunità di affermare un principio nuovo: non delegare più ad altri la responsabilità del futuro della nostra qualifica, ma partecipare direttamente alla costruzione della nostra rappresentanza. Perché una categoria che vuole essere riconosciuta deve prima di tutto riconoscere la propria forza, organizzarsi e scegliere di partecipare. Il futuro dell’OSS non si costruisce aspettando che qualcuno se ne occupi. Si costruisce assumendoci, insieme, la responsabilità di tutelare ciò che siamo e ciò che vogliamo diventare.
Oggi l’OSS deve tutelare l’Oss. Usciamo dai vecchi schemi. Costruiamo la nostra rappresentanza.
Redazione OssNews24
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