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“C’è l’oss?”: la voce che ancora nessuno vuole ascoltare

Riceviamo e pubblichiamo una nota a firma di Angelo Minghetti (Federazione Migep).

“C’è l’OSS?”. È la domanda che ogni giorno risuona nelle corsie degli ospedali, nelle RSA, nei servizi territoriali e in tutti quei luoghi dove la fragilità incontra il bisogno di assistenza. Una domanda semplice solo in apparenza, perché dietro quelle parole esiste un mondo fatto di fatica, responsabilità, relazioni umane, ascolto e sacrificio.

L’OSS c’è sempre, nei turni di notte, nei festivi, nelle emergenze, accanto agli anziani, ai malati e alle famiglie che cercano conforto. È una presenza continua, spesso invisibile, ma fondamentale per la dignità della persona assistita.

Eppure, nonostante questo ruolo così importante, la professione continua a vivere dentro un silenzio che pesa come un macigno. Da anni gli OSS aspettano riconoscimento, valorizzazione e rispetto professionale, ma troppo spesso hanno ricevuto soltanto promesse, slogan e parole rimaste sospese nel vuoto.

Molte sigle sindacali importanti hanno parlato della categoria senza riuscire davvero a costruire un cambiamento concreto, poiché hanno puntato molto sugli infermieri, lasciando gli Operatori Socio Sanitari fermi in una realtà fatta di carichi pesanti, poca considerazione e scarse prospettive di crescita. Oggi però qualcosa prova a muoversi.

Nuove realtà costruite dagli stessi OSS cercano di dare una voce autentica alla professione, tentando di creare uno spazio di rappresentanza libero, autonomo e realmente vicino ai bisogni della categoria. Federazioni e organizzazioni come MIGEP e SHC – Stati Generali nascono proprio da questa necessità, dalla volontà di rompere il silenzio e portare avanti battaglie vere per il riconoscimento professionale, economico e istituzionale degli OSS. Eppure anche queste nuove esperienze vengono spesso ignorate, lasciate ai margini, quasi in un limbo dove la voce degli OSS continua a fare fatica a essere ascoltata.

Nessuno sembra voler ascoltare davvero questa categoria, nemmeno la politica, che troppo spesso si ricorda degli OSS solo nei momenti di emergenza o quando servono numeri e consensi. Eppure gli OSS continuano a esserci ogni giorno, dentro le corsie, nelle stanze, nelle strutture dove la sofferenza non si ferma mai. Ci sono quando manca personale infermieristico, quando bisogna assistere una persona fragile, quando occorre dare umanità oltre alle cure. Ma restano invisibili nelle decisioni importanti, nelle riforme e nei tavoli dove si decide il futuro della sanità e dell’assistenza. Ed è qui che quella domanda assume un significato ancora più forte: “C’è l’OSS?”.

Sì, c’è. C’è nella fatica quotidiana di chi non si arrende, nella volontà di costruire una professione più forte e rispettata, nella voce di chi continua a chiedere dignità, ascolto e riconoscimento. Ma la verità più amara è che, ancora oggi, troppi fanno finta di non sentirla.

E forse la difficoltà più grande nasce proprio dentro la stessa categoria, che fatica a vedere il proprio cambiamento e continua a restare legata a quel macigno con la speranza che qualcuno arrivi a liberarla, pur essendo consapevole di non sentirsi realmente tutelata. Ma nessuno libererà gli OSS se gli OSS stessi non avranno il coraggio di costruire il proprio futuro. Per anni la categoria ha aspettato risposte dall’alto, riconoscimenti promessi, riforme mai concluse e tutele che non sono mai diventate realtà concrete.

Nel frattempo il tempo è passato e la professione è rimasta spesso bloccata dentro un sistema gerarchico che continua a non darle la centralità che merita. Oggi però nuove forze stanno cercando di muoversi, con fatica, tra ostacoli, silenzi e resistenze, per costruire finalmente un profilo professionale forte, autonomo e rispettato.

Un percorso difficile ma necessario, perché gli OSS non possono continuare a essere considerati soltanto figure subordinate, invisibili o marginali dentro il sistema sanitario e socioassistenziale. Serve una nuova visione che restituisca dignità e identità professionale agli Operatori Socio Sanitari, togliendoli da una logica di dipendenza continua e riconoscendoli per ciò che realmente rappresentano ogni giorno nell’assistenza alle persone fragili.

Ed è proprio qui che nasce la sfida più importante: costruire una vera rappresentanza professionale autonoma, forte e presente nei territori. Allora colleghi, cosa stiamo aspettando? Cosa aspetta la categoria a costruire un Registro Nazionale degli OSS capace di dare identità, forza e centralità alla professione? Perché il cambiamento non arriverà da solo e non verrà regalato da nessuno. Deve nascere dalla partecipazione degli stessi OSS, dalla volontà di diventare protagonisti nelle proprie regioni, nei propri luoghi di lavoro, nelle istituzioni e nei tavoli dove si decide il futuro dell’assistenza.

La voce degli OSS esiste, ma oggi ha bisogno di smettere di chiedere il permesso per essere ascoltata. Ha bisogno di unirsi, organizzarsi e costruire il proprio domani con coraggio e consapevolezza. Perché la domanda “C’è l’OSS?” non può più restare soltanto il richiamo di chi cerca aiuto in corsia. Deve diventare finalmente il simbolo di una professione che ha deciso di esistere davvero, con dignità, rispetto e autonomia.

Redazione OssNews24

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