Egregi,
questa non è una lettera tecnica. È una lettera politica.
Si chiude il 2025. Negli ultimi anni si è consolidata una chiusura sistemica e coerente verso la professione di Operatore Socio Sanitario (OSS). Una chiusura che non riguarda un singolo atto, ma una serie di scelte convergenti: assenza di ascolto sui temi posti dalla categoria, esclusione dalle proposte di legge sulle nuove riforme sanitarie e professionali, fino alla totale assenza di prese di posizione pubbliche da parte delle istituzioni competenti.
Questi elementi, presi singolarmente, potrebbero apparire come omissioni. Presi insieme, delineano un quadro chiaro: un veto politico e culturale verso la professione OSS. Al centro di questo blocco emerge una questione fondamentale: come mai è stato affidato all’ordine FNOPI il potere di decidere sul futuro di una professione che non rappresenta, pur esistendo una federazione rappresentativa come MIGEP OSS? Questa scelta, legata a un veto imposto dalla FNOPI, evidenzia un blocco deliberato che contrasta con i principi di equità e partecipazione democratica nella costruzione delle politiche sanitarie.
A questa esclusione si aggiunge un ulteriore elemento culturale e politico: l’orientamento fortemente infermieristico-centrico delle riforme, incarnato dall’Assistente Infermiere, figura nata senza reale ascolto degli OSS e incapace di rappresentare la pluralità dei bisogni del territorio. Questa figuraverrà messa a operare senza la necessaria sicurezza e formazione, con conseguente riduzione della qualità e della sicurezza dell’assistenza, diventando simbolo di contestazioni e ricorsi.
Il paradosso è reso ancora più evidente dalla forte influenza della FNOPI su questo percorso, che ha favorito l’adozione di soluzioni tecnicistiche, distanti dai bisogni reali dei cittadini, creando un divario crescente tra teoria e pratica assistenziale e generando eventi avversi evitabili anche tra gli stessi infermieri.
Se domani gli OSS e l’Assistente Infermiere sparissero, il sistema collasserebbe. Non si tratta di un’esagerazione retorica, ma di una verità politica e organizzativa. La loro assenza rivelerebbe immediatamente la fragilità di un sistema che oggi ignora deliberatamente la loro centralità, confermando come la chiusura politica e infermieristica stia già producendo danni concreti al funzionamento della sanità e alla qualità dell’assistenza.
La domanda che poniamo è inevitabile: perché è stato posto un veto così netto verso la professione di OSS, verso le sue forme di rappresentanza e verso i temi che essa porta, fino a escluderla dalle riforme che ridisegnano il futuro della sanità? E perché le scelte sull’Assistente Infermiere sono state costruite senza ascoltare la categoria, ignorando il contributo essenziale degli OSS e creando un divario tra teoria e pratica?
La vera eccellenza non consiste solo nel saper curare una malattia o nel saper riformare leggi che riconoscano dignità a tutte le professioni. Senza figure competenti, riconosciute e valorizzate, questa eccellenza semplicemente non accade, e il rischio clinico emerge inevitabilmente.
Le Regioni possono davvero ridefinire le regole sul rischio clinico e sulla sicurezza delle cure in un vuoto normativo? Il diritto europeo, spesso ignorato nel dibattito sanitario, stabilisce un principio chiaro: la governance clinica deve essere piena e non può essere trasferita a figure con formazione ibrida senza garanzie equivalenti e verificabili. La sicurezza delle cure viene prima dell’organizzazione e non si può partire solo dall’etichetta.
Le linee adottate da questo Dicastero e dalla FNOPI sostengono delibere regionali in cui il rischio clinico non viene adeguatamente trattato, generando una sottile fragilità giuridica e abbassando di fatto il livello di sicurezza delle cure.
Dopo la riforma della Legge 42/99, il Collegio degli Infermieri aveva già fatto muro verso figure professionali come l’Infermiere Generico e la Puericultrice, impedendone un pieno riconoscimento. Oggi, lo stesso schema si riversa sugli OSS: un blocco che sfrutta la professione, ne limita la legittimazione e crea un rischio concreto per i cittadini, privandoli di professionisti previsti dalla riforma sanitaria del 1978.
Continuare a non rispondere e a non convocare la categoria, come invece avviene per altre professioni, significa confermare che questa chiusura è voluta. Riconoscerla significherebbe assumersi la responsabilità di un modello che sta allontanando la sanità dai pazienti, ignorando chi ogni giorno ne sostiene il peso reale. Ignorare gli OSS non rafforza il sistema: lo rende più fragile, più distante, più diseguale.
Questa non è una richiesta. È una presa d’atto politica che attende una risposta politica, poiché il dibattito giuridico e organizzativo sul rischio clinico deve essere affrontato per colmare un vuoto culturale che oggi incide direttamente sulla sicurezza delle cure. Il futuro della sanità, dei cittadini e della professione OSS dipende da chi ha oggi il coraggio di rompere il silenzio.
Redazione OssNews24
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