Il primo giorno al Sacco di Milano

Era il 19 febbraio del 2020, una notte come un altra al lavoro, solita routine, solita carenza di personale, anche quella notte si lavorava un unità in meno.

In consegna con i colleghi si parla di questo nuovo mostro il virus nCov2 ribattezzato sars-cov2 fino al più classico Covid 19. Si perché ci sono i primi casi in Lombardia primo focolaio, Codogno.

Tra di noi non si percepisce la benché minima preoccupazione, è il nostro lavoro la nostra specialità. Si parte.
Dopo qualche ora, squilla il telefono , dall’altra parte Michele, collega esperto con la quale, insieme a tanti altri, in questi anni abbiamo sposato il progetto Task-Force dove trattiamo emergenze infettivologiche di tipo 4 (ebola e similari).

Rispondo con tono ironico come al solito si usa tra noi : “Don Michele buonasera“, dall’altra parte però, la risposta non è la solita: “Felì ci siamo, prepariamo tutto“.

E così mentre lui arriva in reparto nel pieno della notte, per prepararsi e salire in ambulanza, noi in reparto allestiamo tutto.

Dopo un susseguirsi di telefonate, smentite, ci confermano che arrivano il primi casi covid-19 su Milano, uno di questi è una ragazza al settimo mese di gravidanza.

Mi preparo, tyvek, guanti, mascherina e tutto il necessario, arrivata l’ambulanza mi viene incontro questa ragazza che teneva il suo pancino, quasi a proteggere la sua creatura, la paura che si leggeva in quegli occhi non la dimenticherò mai, gli strinsi la mono e insieme alla mia collega le dicemmo: “andrà tutto bene“.

Da quel giorno è iniziato la nostra lotta contro questo mostro,fianco a fianco con i miei straordinari colleghi infermieri del reparto di malattie infettive terza divisione dell’ospedale Sacco.

Sono ormai 42 giorni e nei nostri occhi inizia leggersi un po’ di stanchezza, ogni giorno che passa si moltiplica la paura che questo mostro possa prendere uno dei tuoi affetti più cari,e magari essere proprio tu la fonte di contagio.

La cosa che ci conforta è l affetto della gente, quella ti dà la consapevolezza che quello stai facendo è importante, cosa che chi fa questo lavoro, purtroppo, non percepisce quasi mai.

Spero che questo incubo finisca al più presto, ma spero soprattutto che, dopo tutto questo, l’INFERMIERE abbia finalmente il riconoscimento che merita a livello sociale.

ANDRA TUTTO BENE.

Felice Pulejo
Gruppo infermieristico malattie infettive terza divisione H Sacco Milano

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