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Figure della sanità che non fanno rumore: un tributo agli oss

Sono iniziate le ferie estive. Negli ospedali, nelle Rsa, nei centri di riabilitazione, negli hospice, nelle strutture per la salute mentale e nei servizi per le persone con disabilità, qualcuno parte per un meritato riposo e qualcun altro resta. Perché la malattia non va mai in vacanza. La sofferenza non conosce Ferragosto.

E se esiste una figura professionale che, silenziosamente e instancabilmente, affianca medici e infermieri nel garantire assistenza 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, quella figura è l’operatore socio-sanitario. Finché si gode di buona salute, spesso non se ne percepisce la portata. Ma è sufficiente che, per un singolo turno, manchi anche un solo oss per comprendere – con nitidezza improvvisa – quanto sia indispensabile.

In oltre 35 anni di professione, prima come infermiere e poi come coordinatore infermieristico, ho lavorato fianco a fianco con centinaia di oss. Ricordo i loro nomi, i loro volti, i loro gesti – precisi, quotidiani, silenziosi -, che non finiscono in nessuna statistica, ma che hanno cambiato la qualità della vita di migliaia di persone fragili.

A mezzanotte iniziava il primo grande giro notturno. Poi di nuovo alle 4 del mattino. Alle 6 erano già al lavoro: svuotavano le sacche, riposizionavano i pazienti, preparavano le camere per una nuova giornata. A ogni campanello arrivavano, spesso prima di me, pronti a rassicurare, ad aiutare, a risolvere con quella calma competente che si acquisisce solo attraverso l’esperienza e una profonda vocazione all’altro.

Mai una lamentela. Mai un passo indietro. Sempre presenti

Ridurre il ruolo dell’operatore socio-sanitario all’assistenza igienica e alimentare sarebbe profondamente ingiusto. L’oss svolge una funzione che la letteratura internazionale riconosce come assistenza di prossimità: un insieme integrato di competenze tecniche, relazionali e psicologiche che garantisce continuità, sicurezza e dignità alla persona nelle ventiquattro ore.

L’oss protegge la dignità di chi non riesce più a tutelarla da solo. Accompagna un paziente in sala operatoria, trasmettendogli quella serenità che nessun farmaco riesce a dare interamente. Trasforma un tragitto clinico in un momento di relazione umana. Sorregge chi ha paura. Ascolta chi ha bisogno di parlare. Condivide silenzi che valgono più di qualsiasi parola.

Nel quadro dell’équipe multiprofessionale, accanto ai medici che curano e agli infermieri che assistono, l’oss incarna il volto umano della cura quotidiana, quello più prossimo e più continuo. Ed è esattamente in quello spazio, spesso invisibile agli occhi di chi non lavora in corsia, che diventa insostituibile.

Quella dell’oss è una professionalità costruita attraverso un percorso formativo a base regionale specificamente strutturato, alimentata dall’aggiornamento continuo e sostenuta da una straordinaria capacità di equilibrio emotivo. Richiede competenze tecniche, resistenza fisica e, soprattutto, una notevole solidità psicologica.

Eppure questa figura rimane spesso ai margini del dibattito pubblico: non cerca applausi, non chiede riconoscimenti. Rappresenta, tuttavia, uno degli ingranaggi più preziosi del sistema sanitario nazionale: senza il contributo degli oss non esisterebbe quella continuità assistenziale che rende possibile il lavoro di medici, infermieri, fisioterapisti, logopedisti e di tutti gli altri professionisti della salute.

Per questo, all’inizio di questa estate – mentre molti di loro alterneranno ferie e turni per garantire che nessun reparto rimanga scoperto, nessun paziente senza una mano amica – sento il bisogno, prima ancora che il dovere, di dire una parola semplice: GRAZIE.

Grazie per esserci sempre. Per la disponibilità anche quando le condizioni di lavoro non la rendevano facile. Per la pazienza silenziosa che non si esibisce. Per la competenza messa ogni giorno al servizio di chi non può farcela da solo. Per l’umanità che abitate in ogni gesto, anche nel più piccolo, anche nel più ripetuto. E grazie soprattutto perché, lontano dai riflettori, siete stati un punto di riferimento non solo per noi professionisti, ma per migliaia di persone fragili che avete accompagnato nei momenti più difficili della loro vita.

Il valore di una sanità non si misura dalle tecnologie o dalle infrastrutture. Si misura dalle persone che la abitano. E tra queste persone ci siete voi, operatrici e operatori socio-sanitari. Con discrezione, umiltà e professionalità continuate ogni giorno a prendervi cura di chi soffre, di chi ha paura, di chi ha perso l’orientamento nel labirinto della malattia. Ed è proprio questa cura – silenziosa, autentica, ostinata – che rende grande la nostra sanità.

Daniele Leone
Infermiere e coordinatore infermieristico

Fonte: Nurse Times

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Redazione OSSnews24

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