Sindacati

“Sottovalutata l’importanza della comunicazione tra  operatore sanitario e paziente”

Riceviamo e pubblichiamo una nota a firma di Marialuisa De Palo (SHC OSS).

Chiunque abbia passato qualche tempo in una struttura sanitaria, che fosse ricoverato in prima persona o vi assistesse un proprio caro, conosce perfettamente l’importanza primaria della comunicazione fra il paziente e chi se ne prende cura. Comunicazione che già risente delle difficoltà che la situazione stessa crea: difficoltà pratiche, perché la sofferenza stessa non è sempre facile da “tradurre” in parole chiare e univoche; ma anche difficoltà psicologiche, perché la fragilità emotiva che la malattia comporta unita alla nuova condizione di un ricovero in un ambiente per forza di cose ben diverso da quello della propria casa porta spesso con sé una sorta di timidezza, di riservatezza, quasi una vergogna nell’esprimere la propria condizione all’estraneo in camice che ci ritroviamo davanti.

E a tutto questo vogliamo aggiungere le difficoltà linguistiche? Veramente? L’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Guido Bertolaso (foto, ndr), non fa alcun passo indietro rispetto alla sua idea di “importare” infermieri dal Sud America. “Stiamo aspettando di firmare il protocollo con il primo Paese con il quale abbiamo di fatto chiuso gli accordi, che è il Paraguay, poi lo faremo anche con l’Argentina. Io spero entro la fine dell’anno di poter avere la prima presenza di infermieri e tecnici arrivati da questi Paesi”, ha riportato durante una delle conferenze tenutesi in occasione della ventesima Giornata Mondiale del Donatore.

Immaginate l’inserimento di personale che NON conosce la realtà della sanità italiana per averci lavorato da anni, e soprattutto NON conosce la lingua italiana. Come si potrà svolgere con chiarezza la raccolta dei dati atti e valutare il dolore, il dialogo per capire che quali sono i pregressi (le malattie già in atto, le cure seguite…)? Quale potrebbe mai essere il vantaggio per i ricoverati? Quale soluzione dovrebbe portare a una situazione già così precaria come quella che le nostre strutture sanitarie vivono ogni giorno?

Ancora una volta ci si chiede perché non si vogliano vedere le soluzioni che sono già pronte davanti ai nostri occhi, è che sono costituite da quell’esercito silenzioso di oltre 330mila operatori socio-sanitari a cui è già affidato il compito fondamentale di soddisfare i bisogni primari della persona in un contesto sia sociale che sanitario, e ai quali si potrebbe aprire la frequentazione di corsi di formazione e aggiornamento che permettano loro di ampliare le competenze professionali e ricoprire quei ruoli che attualmente sono scoperti nei nostri ospedali.

Redazione OssNews24

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