Sono scappata di casa per la prima volta

Riceviamo e pubblichiamo una lettera di una collega

Sabato 7 marzo.
A 24 anni.
Ho preparato uno zaino al volo con il necessario, 2 cambi, 5 mutande, qualche paio di calzini, un pigiama e poco più.

Solo il giorno prima mi avevano telefonato e mi avevo chiesto se volevo accettare uno spostamento di reparto in un altro ospedale ma sempre in provincia. Se me la sentivo.
Era un’emergenza, una collega era in malattia, e la situazione richiedeva una sostituzione immediata. Non ho avuto dubbi.

Ma non potevo più tornare a casa. Non potevo permettermelo con quel reparto, adesso era troppo rischioso. Il giorno stesso decisi che quella, almeno per il momento, sarebbe stata l’ultima sera passata a casa mia, coi miei genitori e i miei fratelli. Non pensavo sarebbe durato molto in realtà, le notizie che si leggevano sui giornali per quanto riguardava il mio nuovo reparto e per la mia provincia in generale erano molto rassicuranti, 1 solo paziente positivo e in via di dimissione. Mi dissi: benissimo, vedrai che la stai immaginando più grande di quella che è, probabilmente non dovrai fare neanche una notte fuori casa.

Il pomeriggio seguente lo ricordo bene. Fu uno shock. 9 positivi? Cosa mi ero persa? Perché nessuno mi aveva avvertito? Cosa stava succedendo là dentro? Perché le consegne venivano date cosi di fretta? Ma di cosa stavano parlando? Positivo chi? Quanti? In 24 ore la situazione era precipitata, i miei colleghi facevano fatica a nascondere la preoccupazione, e quello che sentivo più spesso ripetere era: è un casino, è un casino.

Da quel giorno ricordo solo tanti turni duri. Ricordo ogni fatica, ogni pianto, ogni squillo del telefono, le innumerevoli vestizioni e svestizioni, ogni respiro affannoso sotto quella tuta, viste appannate, grandi sudate, il rumore dell’ossigeno, l’odore della candeggina, il tatto ridotto dai doppi guanti, gli sguardi…

Gli sguardi…
Dei pazienti, dei colleghi, dei parenti purtroppo non ce ne sono più stati. Me ne rimarrà sempre in mente uno in particolare, della mia collega, che verso fine turno, a seguito di due emergenze improvvise in cui due pazienti, di cui uno 50enne, avevano iniziato a desaturare in modo abbastanza rapido, si volta verso noi altre con gli occhi lucidi e la voca rotta e quasi impaurita: “ma qui la gente muore davvero”.

Non so perché, ma fu lì che anch’io realizzai di avere paura e che non avevo capito fino in fondo a cosa stavamo andando incontro. Da quel giorno non feci più ritorno a casa. Per il bene di tutti. Restavo semplicemente sola, ore e ore in un’altra casa e in un’altra città vicina, finché non dovevo uscire per la spesa o per il lavoro, che ormai si era trasformato nella ragione dei miei giorni. Uscire e affrontare quel bastardo a testa alta era il mio obiettivo, distruggerlo e ricominciare una vita tranquilla con le persone più care, il mio sogno.

Esco da una mattina-notte, dove la mia giornata è iniziata alle 5:45 ed è finita alle 7:15 del giorno dopo e stanotte ho avuto il mio primo vero decesso in quel reparto. Non aveva nessuno vicino in quel momento, e nessuno è venuto per lui. Il viaggio finale l’ha fatto da solo, coi parenti distrutti a casa.

Sono distrutta anch’io, mi sento impotente e sconfortata, ma ogni giorno io varco quella soglia e tiro fuori il 100% di me stessa, non sono tranquilla finché non so di averlo fatto, di aver aiutato al telefono quel parente in difficoltà, di aver assicurato ai  pazienti che assisto sempre un saluto sincero a ogni turno, di aver aiutato in tutto ciò che posso.

E sapete perché devo per forza arrivare al 100% a ogni turno? Perché per me neanche quel 100% è sufficiente. Sento l’impotenza che mi divora a volte, e la sento anche nei miei colleghi, non solo infermieri ma anche medici. Noi ci siamo e ci saremo sempre per voi, ma scusateci se oggi abbiamo serie difficoltà a dirvi “andrà tutto bene, potrà tornare presto a casa”.

V.R. infermiera in un reparto di malattie infettive

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Redazione OSSnews24

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