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SHC, Migep e Stati Generali Oss: “1,111 miliardi a infermieri e medici: con quale criterio si stabiliscono le priorità?”

Riceviamo e pubblichiamo un comunicato stampa di SHC, Federazione Migep e Stati Generali Oss.

Le Regioni propongono per la Legge di Bilancio 2027 nuove risorse per la sanità. Se l’Europa diventa il parametro per misurare il valore del lavoro, allora lo stesso metodo deve essere applicato anche agli operatori socio-sanitari. Ma la questione che poniamo è ancora più profonda: quale modello di sanità e di assistenza si sta costruendo e quale posto si intende riconoscere all’OSS?

In questa legislatura gli OSS si sono trovati davanti a passaggi che stanno modificando profondamente il sistema dell’assistenza, senza riuscire però a trasformare la propria consistenza numerica e il proprio ruolo quotidiano in un corrispondente peso politico, istituzionale e contrattuale.

Ed è probabilmente da questa contraddizione che dobbiamo partire. Possiamo continuare a discutere delle singole decisioni, protestare davanti all’ennesima esclusione, criticare ciò che viene deciso per noi o intorno a noi. Ma prima o poi una categoria deve avere il coraggio di interrogarsi anche sulla propria condizione.

Perché siamo così presenti nell’assistenza e così poco presenti nella costruzione delle politiche che riguardano l’assistenza? Le Regioni stanno proponendo, nell’ambito delle richieste per la Legge di Bilancio 2027, nuove risorse destinate alla sanità e, all’interno di questo quadro, viene indicata una proposta specifica di valorizzazione economica del personale infermieristico e medico pari a 1,111 miliardi di euro annui.

Il punto, per noi, non è contestare quelle risorse. Il punto è comprendere come nasce una priorità politica e perché altre condizioni professionali non riescano nemmeno ad assumere la stessa forza nel dibattito pubblico.

Da anni assistiamo infatti a un’impostazione nella quale il dibattito sulla sanità tende a identificarsi prevalentemente con medici e infermieri. Ma medici e infermieri non rappresentano da soli l’intero sistema dell’assistenza. Eppure, quando si parla di risorse, riconoscimenti, carenze, valorizzazione e politiche del personale, altre figure continuano a rimanere sullo sfondo. Tra queste ci sono gli OSS.

Una categoria numericamente rilevante, presente negli ospedali, nelle RSA, nelle strutture sociosanitarie, nei servizi territoriali e nell’assistenza domiciliare, ma che continua ad avere una capacità di incidere sulle grandi scelte politiche molto inferiore alla propria presenza reale nel sistema.

Il problema, allora, non è soltanto economico. Il problema è capire perché il lavoro dell’OSS fatichi ancora a diventare una questione politica nazionale con la stessa forza riconosciuta ad altre categorie. Prima di parlare di Job Evaluation, punteggi o sistemi attraverso i quali stabilire quanto “vale” il lavoro di una categoria, bisognerebbe sapere su quali basi vengono costruite le priorità.

Chi ha misurato i carichi assistenziali? Chi ha misurato il peso delle notti, dei festivi e della turnazione? Chi ha valutato l’usura fisica, la movimentazione delle persone assistite, l’esposizione ai rischi, la carenza degli organici e la crescente complessità dell’assistenza? Chi ha studiato realmente ciò che accade nelle RSA, negli ospedali, nei servizi territoriali e nell’assistenza domiciliare?

E se tutto questo non viene misurato attraverso parametri trasparenti, come può diventare una priorità politica? Perché ciò che non viene misurato difficilmente entra nella programmazione. Ciò che non entra nella programmazione difficilmente riceve risorse. E ciò che non riesce a trasformarsi in una questione politica rischia di rimanere invisibile.

Il caso dei 1,111 miliardi ci consegna una lezione politica. Per sostenere la valorizzazione economica degli infermieri viene utilizzato anche un confronto con le retribuzioni europee. Viene presa come riferimento una retribuzione annua lorda dell’infermiere italiano di circa 36.560 euro, confrontata con circa 49.727 euro indicati per l’Europa occidentale, corretti per il potere d’acquisto. Il differenziale indicato è di circa 13.167 euro annui, del quale viene proposto di recuperare circa due terzi. Ed è proprio qui che nasce la nostra riflessione.

Se l’Europa diventa il parametro attraverso il quale una professione riesce a dimostrare la propria distanza economica dagli altri Paesi, perché nessuno ha costruito un’analisi altrettanto seria sulla condizione economica degli OSS? Quanto vale il lavoro dell’OSS italiano? Quanto ha perso in potere d’acquisto? Quanto incidono turnazione, notti, festivi, carichi assistenziali e usura fisica?

Quali sono le figure realmente comparabili negli altri sistemi europei? Qual è il divario economico? Sono domande alle quali servono dati e risposte. Prima ancora delle risorse esiste infatti il riconoscimento politico di un problema. Se il metodo utilizzato è valido, deve essere possibile applicarlo, con gli opportuni adattamenti e con parametri realmente comparabili, anche agli OSS.

Chiediamo quindi che lo stesso principio di analisi venga applicato anche alla condizione economica degli OSS e che, sulla base dei risultati, vengano individuate risorse aggiuntive specifiche per la categoria. Ma sarebbe troppo semplice fermarci ancora una volta a denunciare ciò che la politica non riconosce, senza interrogarci anche sul peso che noi stessi, come categoria, siamo riusciti a costruire.

Per questo, la domanda non è rivolta soltanto alla politica. E’ rivolta anche a noi OSS. Siamo una categoria numericamente importante. Siamo presenti quotidianamente nell’assistenza, negli ospedali, nelle RSA, sul territorio, nella domiciliarità e nelle strutture sociosanitarie. Eppure, quando vengono costruite le grandi scelte sulla sanità, la nostra presenza sociale continua a non trasformarsi in un peso politico e rappresentativo proporzionato alla nostra dimensione.

È questa la contraddizione sulla quale dovremmo fermarci a riflettere. Siamo davanti a un problema di peso. E il peso di una categoria non si misura soltanto contando quanti lavoratori ne fanno parte.

Si misura dalla capacità di produrre pensiero, proposte, rappresentanza, interlocuzione istituzionale e partecipazione alle decisioni. Per troppo tempo l’OSS è stato presente come lavoratore ma debole come categoria. Presente nei servizi, ma marginale nelle decisioni. Necessario nell’organizzazione dell’assistenza, ma raramente determinante quando vengono stabiliti risorse, modelli organizzativi, riconoscimenti e prospettive. Ed è questa contraddizione che oggi non possiamo più evitare.

L’assistenza sta cambiando e noi, dentro questo cambiamento, chi vogliamo essere? Una categoria che non partecipa alla costruzione del cambiamento rischia semplicemente di essere collocata dentro un cambiamento deciso da altri, oppure di essere progressivamente marginalizzata.

Possiamo discutere ogni singola riforma. Possiamo contestarla. Possiamo anche riuscire a rallentarla. Ma bloccare qualcosa non significa avere costruito un’alternativa. Dire no non significa avere un progetto.

L’OSS ha oggi una propria idea del futuro dell’assistenza e del posto che vuole occupare al suo interno?Perché, se questa idea non viene costruita dalla categoria, inevitabilmente saranno altri a definirla.

E allora il rischio non è soltanto quello di perdere una battaglia economica. Il rischio è molto più profondo: essere presenti nel nuovo modello assistenziale senza avere partecipato alla definizione del nostro posto dentro quel modello.

È su questo che gli oss dovrebbero oggi interogarsi: perchè siamo così tanti e pesiamo così poco? La risposta non può essere cercata soltanto nella politica, nelle istituzioni, nelle altre professioni, nei sindacati o in chi in questi anni ha assunto decisioni che non abbiamo condiviso.

Una parte della risposta dobbiamo avere il coraggio di cercarla anche dentro la nostra categoria. Nella frammentazione. Nella scarsa partecipazione. Nella difficoltà a riconoscere un interesse collettivo. Nella tendenza ad intervenire quando una decisione è già stata presa, anziché costruire le condizioni per essere presenti prima che venga presa.

Questo non significa assolvere la politica dalle proprie responsabilità. Significa comprendere che nessuna categoria diventa politicamente rilevante soltanto perché svolge un lavoro indispensabile. Diventa rilevante quando riesce a trasformare quel lavoro in identità, pensiero, proposta, partecipazione e rappresentanza.

Ed è forse questo il passaggio storico che oggi gli OSS hanno davanti. Non semplicemente ottenere qualcosa in più. Ma decidere: continuare ad essere una categoria sulla quale si decide o diventare una categoria con la quale si deve decidere. È dentro questa riflessione che collochiamo anche la nostra richiesta politica.

Chiederemo al Governo, al ministero della Salute e alle Regioni di rendere pubblici i criteri utilizzati per determinare gli interventi di valorizzazione economica e di avviare una valutazione specifica anche per gli OSS.

Chiederemo un modello nazionale trasparente che tenga conto di retribuzioni, carichi assistenziali, consistenza degli organici, lavoro notturno e festivo, rischi, usura fisica, complessità assistenziale, competenze richieste e condizioni effettive nelle quali viene prestata l’assistenza.

E chiederemo che, sulla base di questa valutazione, vengano individuate risorse aggiuntive specificamente destinate alla valorizzazione economica degli OSS.

Ma insieme alla richiesta rivolta alle istituzioni vogliamo consegnare una domanda direttamente alla categoria: vogliamo continuare ad essere una grande presenza assistenziale con una piccola presenza politica o  vogliamo arrivare al punto in cui non sia più possibile decidere dell ‘oss senza l’oss? È da questa risposta che dipenderà  il posto che l’operatore socio-sanitario avrà nel sistema assistenziale dei prossimi anni.

Redazione OssNews24

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