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OSS, dopo 26 anni di servizio l’appello a Schillaci: «Noi esistiamo», più tutele

Una lettera aperta indirizzata al ministro Schillaci chiede riconoscimento professionale, competenze chiare e maggiori garanzie per gli OSS

«Noi esistiamo: la voce di chi garantisce la cura ogni giorno». È il messaggio al centro della lettera aperta indirizzata al ministro della Salute, Orazio Schillaci, da un operatore sociosanitario che si firma M.V., con oltre 26 anni di servizio nel settore della riabilitazione.

Il documento, che indica per conoscenza la Federazione MIGEP e la redazione di NurseTimes, porta nel dibattito sul riconoscimento professionale degli OSS una testimonianza personale e cinque richieste: passaggio all’area delle professioni sanitarie, maggiore chiarezza sulle competenze, rispetto nelle équipe, rafforzamento delle tutele previdenziali e uniformità della formazione.

Una presa di posizione che richiama questioni centrali per l’organizzazione dell’assistenza e la tutela della salute, ma che richiede di distinguere le rivendicazioni dell’autore dalle disposizioni già previste dall’ordinamento.

Ventisei anni nella riabilitazione: la storia raccontata nella lettera

M.V. riferisce di lavorare ininterrottamente dal 17 aprile 2000 all’interno di un centro di riabilitazione. Il suo percorso, spiega, è iniziato come assistente per persone con disabilità ed è proseguito attraverso successive qualifiche, fino a quella di operatore sociosanitario.

Non si tratta, quindi, necessariamente di 26 anni svolti con la qualifica di OSS, ma di un’esperienza complessiva maturata nell’assistenza.

L’autore racconta di avere investito nella formazione continua, frequentando corsi sull’approccio Snoezelen, sul primo soccorso, sul BLSD e su ulteriori ambiti legati alla cura. Un investimento che, nella sua testimonianza, accompagna il confronto quotidiano con persone non autosufficienti e con bisogni complessi.

«La mia storia è quella di migliaia di operatori che ogni giorno, H24, garantiscono la tenuta del Servizio Sanitario Nazionale e delle strutture riabilitative e assistenziali», scrive.

Il riconoscimento sanitario richiesto e l’attuale profilo OSS

La prima rivendicazione riguarda il collocamento dell’OSS nell’area delle professioni sanitarie, accompagnato da un riconoscimento contrattuale ed economico adeguato.

Per comprendere questa richiesta occorre chiarire il quadro normativo. Il DPCM 25 marzo 2025, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 21 giugno 2025, ha recepito la revisione del profilo OSS. Il testo conferma la definizione di operatore di interesse sanitario, impegnato a soddisfare i bisogni primari e a favorire il benessere e l’autonomia della persona in ambito sanitario, sociosanitario e sociale. Prevede inoltre la collaborazione con il professionista sanitario o sociale di riferimento, attraverso piani e programmi collegati alla complessità e alla stabilità della persona assistita.

L’appartenenza all’area sociosanitaria, dunque, non equivale automaticamente al riconoscimento come professione sanitaria. La distinzione è illustrata anche nella documentazione della Camera dei deputati dedicata alla figura dell’OSS. La domanda avanzata nella lettera rappresenta pertanto una proposta di modifica dell’attuale assetto, non un passaggio già acquisito.

Assistenza diretta e terapia: la richiesta di confini più chiari

Il passaggio più delicato della lettera riguarda l’assistenza alle persone con tetraplegia, gravi limitazioni motorie o disfagia.

L’autore descrive il lavoro quotidiano di supporto alla mobilizzazione, al posizionamento e alla cura della persona. Richiama inoltre il valore della relazione, dell’empatia e della capacità di rassicurare pazienti particolarmente fragili, utilizzando il concetto di “co-regolazione”.

Su queste basi solleva il problema dell’aiuto nell’assunzione della terapia quando la persona non è fisicamente autonoma.

«Chiediamo che tutte queste manovre assistenziali indispensabili […] vengano chiaramente normate, riconosciute e tutelate per legge», scrive M.V., chiedendo di eliminare incertezze e possibili contestazioni.

La descrizione di una pratica lavorativa, tuttavia, non ne dimostra da sola l’appropriatezza o la legittimità in ogni contesto. L’aiuto nell’assunzione dei medicinali, la gestione della terapia e l’assistenza a una persona con difficoltà di deglutizione non possono essere considerati attività indistintamente equivalenti.

Il criterio richiamato dal nuovo profilo è la collaborazione organizzata in funzione delle condizioni dell’assistito e dei programmi definiti dal professionista responsabile. Da questo quadro emerge l’esigenza di verificare le attività concretamente attribuibili, evitando di trasformare la testimonianza in un’autorizzazione generale.

La richiesta di chiarezza mantiene quindi un rilievo concreto: rendere comprensibili compiti, responsabilità e modalità di collaborazione tutela sia chi lavora sia chi riceve assistenza.

Rispetto nelle équipe e confronto sull’assistente infermiere

Un altro punto riguarda il clima nei luoghi di lavoro. M.V. chiede di superare rapporti caratterizzati da ambiguità, atteggiamenti irrispettosi o prevaricazioni, valorizzando la collaborazione interprofessionale.

La lettera non documenta episodi specifici, ma esprime una richiesta generale di dignità professionale e di maggiore chiarezza organizzativa.

Il tema viene collegato anche all’introduzione dell’assistente infermiere, il cui profilo è stato istituito attraverso l’accordo recepito dal DPCM 28 febbraio 2025. Il relativo provvedimento è stato pubblicato nella stessa Gazzetta Ufficiale che contiene la revisione del profilo OSS.

Nel ragionamento dell’autore, l’evoluzione dei ruoli rende ancora più urgente dare risposte agli operatori già impegnati nei servizi. Una questione che interessa OSS, infermieri e responsabili delle strutture, chiamati a costruire équipe nelle quali ogni contributo sia riconoscibile e coerente con le competenze possedute.

Lavori gravosi e usuranti: le tutele non sono equivalenti

La quarta richiesta riguarda il peso fisico ed emotivo dell’assistenza prolungata a persone con disabilità complesse.

L’autore sollecita l’inserimento definitivo degli OSS tra i lavori usuranti e gravosi. Su questo punto è necessaria una precisazione: le due categorie rispondono a discipline differenti e non è corretto presentare gli operatori come esclusi indistintamente da ogni tutela.

La scheda INPS sull’APE Sociale comprende, tra le attività gravose considerate, le professioni qualificate nei servizi sanitari e sociali. L’accesso al beneficio richiede comunque la verifica delle condizioni personali, contributive e lavorative previste.

Per i lavori usuranti, invece, l’INPS individua specifiche attività e condizioni, tra cui determinate forme di lavoro notturno. Il solo possesso della qualifica OSS non determina automaticamente il diritto al pensionamento agevolato.

La rivendicazione può dunque essere letta come una richiesta di rafforzamento e maggiore certezza delle tutele, mantenendo distinta la valutazione previdenziale dei singoli casi.

Formazione uniforme e prevenzione del burnout

L’ultimo punto riguarda la richiesta di percorsi formativi omogenei sul territorio nazionale, affiancati da interventi per prevenire il burnout.

Un quadro nazionale di riferimento esiste già: la revisione del 2025 interviene anche sull’ordinamento didattico e richiama l’esigenza di una maggiore uniformità dei contenuti formativi. La questione posta dalla lettera riguarda quindi anche l’effettiva coerenza dell’applicazione nei territori.

Nella prospettiva dell’autore, aggiornamento professionale e benessere organizzativo devono procedere insieme. La formazione, da sola, non esaurisce la domanda di riconoscimento avanzata da chi descrive un lungo percorso accanto alle persone più fragili.

Dalla testimonianza al confronto istituzionale

«Noi ci siamo stati ieri, ci siamo oggi e ci saremo domani». La conclusione della lettera riassume una domanda di ascolto che attraversa tutti i punti dell’appello.

Il contributo di M.V. mette in relazione esperienza assistenziale, riconoscimento professionale e sicurezza del lavoro. Le risposte richiedono un confronto capace di valorizzare gli OSS, distinguere le competenze e rendere concretamente accessibili le tutele previste. Perché la dignità di chi assiste e la qualità della cura sono questioni strettamente collegate.

Redazione OssNews24

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