Le radici che non si vedono: l’oss tra trasformazione della sanità, diritti negati e responsabilità di costruire il proprio futuro
Riceviamo e pubblichiamo una nota a firma di Angelo Minghetti (Stati Generali Oss).
Valorizzare una professione significa riconoscerne le competenze, le responsabilità e il contributo concreto alla salute e all’assistenza dei cittadini. Ma in ogni sistema esistono anche radici che non si vedono: lavoratori essenziali al funzionamento dell’assistenza, il cui valore continua a non trovare un adeguato riconoscimento nelle scelte politiche, economiche e contrattuali. L’OSS rappresenta una di queste realtà.
È da qui che deve partire una riflessione seria: costruire criteri equi e trasparenti, capaci di riconoscere il peso professionale di ciascuna figura, senza lasciare che le decisioni dipendano esclusivamente dalla forza contrattuale, dalla capacità di pressione o da logiche corporative.
La trasformazione della sanità territoriale dovrebbe rappresentare un’occasione per cambiare prospettiva, superando una visione dell’OSS limitata alla semplice esecuzione di attività assistenziali e riconoscendone il contributo nell’organizzazione dei servizi e nella continuità dell’assistenza.
Ma siamo davvero pronti a cogliere questa trasformazione? Portare la riforma della sanità territoriale dalle norme alla vita quotidiana delle persone significa passare dalla teoria alla pratica, affrontando gli ostacoli che ancora rallentano il cambiamento.
Le competenze, la prossimità e la capacità di leggere i bisogni quotidiani delle persone rendono l’OSS una risorsa importante nella costruzione di servizi territoriali più accessibili, integrati e continui. Tuttavia, non basta modificare un profilo professionale o introdurre nuovi modelli organizzativi se non vengono contemporaneamente definiti ruoli, responsabilità, formazione, fabbisogni di personale, tutele e prospettive di carriera.
Soprattutto, non possiamo parlare di valorizzazione professionale continuando a mantenere condizioni contrattuali ed economiche che, in molti contesti lavorativi, non riconoscono adeguatamente la complessità dell’assistenza, i carichi di lavoro e le responsabilità richieste. Non può esserci una vera evoluzione professionale se a cambiare sono soltanto le competenze e le richieste organizzative, mentre diritti, retribuzioni e condizioni di lavoro rimangono sostanzialmente fermi.
Ma esiste anche un’altra criticità, che riguarda direttamente la nostra categoria. Mentre il sistema sanitario e sociosanitario cambia, una parte della categoria rischia di non cogliere fino in fondo la portata delle trasformazioni che stanno determinando il futuro dell’OSS.
Le difficoltà quotidiane, la mancanza di risposte e le divisioni possono alimentare un senso di rassegnazione, rendendo più difficile sviluppare una visione collettiva delle prospettive professionali. Il rischio è quello di entrare in un processo di trasformazione senza esserne protagonisti e uscirne professionalmente più deboli, senza aver ottenuto le garanzie necessarie per affrontare il futuro.
Dalla rivendicazione alla strategia politica
La questione dell’OSS non può essere affrontata soltanto attraverso singole rivendicazioni. Serve una strategia politica della categoria, autonoma, organizzata e capace di incidere sulle decisioni istituzionali. Non significa schierarsi contro altre professioni, ma superare un sistema nel quale il riconoscimento sembra dipendere troppo spesso da chi possiede maggiore forza rappresentativa.
Occorre riportare al centro i diritti, la dignità professionale, il valore del lavoro e la responsabilità delle istituzioni. Non possiamo continuare a chiedere attenzione a una politica che considera l’OSS indispensabile nell’organizzazione dell’assistenza, ma non altrettanto prioritario quando si tratta di riconoscerne il valore.
Per cambiare questa impostazione non basta protestare. Occorre costruire una rappresentanza capace di elaborare proposte, sostenere un confronto istituzionale e rivendicare il diritto dell’OSS a partecipare alle decisioni che riguardano il proprio futuro. Questo significa anche affrontare il problema della rappresentanza sindacale e contrattuale.
Non possiamo continuare ad accettare che il valore professionale dell’OSS venga discusso prevalentemente da soggetti che rappresentano interessi più ampi, nei quali le specifiche esigenze della categoria rischiano di rimanere marginali. La rappresentanza deve diventare uno strumento concreto per portare le rivendicazioni degli OSS nei luoghi in cui si decidono contratti, retribuzioni, organizzazione del lavoro e prospettive professionali.
La vera sfida è anche dentro la categoria. Dobbiamo però avere il coraggio di guardare anche dentro la nostra realtà.
Da una parte ci sono colleghi che si impegnano, che lottano e che dedicano tempo ed energie per costruire un futuro diverso per la professione. Dall’altra c’è chi, deluso dalle mancate risposte, si limita a criticare, a delegare o finisce per staccare la spina, rinunciando a partecipare proprio quando sarebbe necessario esserci.
Questa distanza deve farci riflettere. Il confronto e il dissenso sono necessari, ma non possono trasformarsi in un ostacolo permanente alla costruzione di un percorso comune. La vera differenza non è tra chi critica e chi condivide, ma tra chi cerca di trasformare le criticità in proposte e chi, attraverso l’immobilismo o la rassegnazione, finisce per lasciare agli altri il potere di decidere.
E dobbiamo porci una domanda ancora più scomoda: a chi conviene una categoria divisa, debole, priva di una propria strategia e incapace di esprimere una rappresentanza autonoma? Una professione non perde il proprio futuro soltanto quando vengono negati i suoi diritti. Rischia di perderlo anche quando rinuncia a difenderli e accetta che siano altri a stabilire il suo valore.
Non è necessario che qualcuno decida apertamente di indebolire una professione. Può bastare lasciarla senza un adeguato riconoscimento, senza prospettive e senza una rappresentanza sufficientemente forte, mentre tutto il sistema intorno continua a trasformarsi. È questo il rischio che dobbiamo riconoscere prima che diventi una condizione difficile da modificare. Non possiamo permetterci di uscire sconfitti dal cambiamento
La questione non è soltanto capire quali nuove competenze verranno richieste all’OSS, ma soprattutto quale riconoscimento professionale, giuridico, economico e contrattuale accompagnerà questa evoluzione. Non possiamo accettare che aumentino le aspettative, le attività e la complessità assistenziale senza un corrispondente rafforzamento delle tutele e del valore professionale. Ma dobbiamo anche comprendere che nessun riconoscimento arriverà automaticamente.
La vera questione, oggi, non è soltanto ciò che la politica e le istituzioni non hanno riconosciuto alla nostra professione, ma anche quanto la categoria sia realmente disposta a impegnarsi per cambiare questa condizione. Non possiamo permettere che la trasformazione della sanità diventi l’ennesima occasione nella quale l’OSS entra come figura indispensabile e ne esce senza aver conquistato un ruolo adeguato nelle decisioni che lo riguardano.
Il 27 novembre ad Arezzo: dalla riflessione alla proposta
Le radici che non si vedono sono quelle che sostengono il sistema. Ma anche le radici, per continuare a dare forza, devono crescere, rafforzarsi e trovare spazio. L’OSS non può continuare a essere indispensabile nell’assistenza e invisibile nelle decisioni.
La differenza tra subire il cambiamento e contribuire a governarlo dipenderà anche dalla nostra capacità di superare divisioni, deleghe e immobilismo. È proprio da questa consapevolezza che nasce il significato del convegno del 27 novembre 2026 ad Arezzo, “OSS 2030 – Nuovi scenari per la professione: competenze, evoluzione e riconoscimento”.
Non vogliamo che sia soltanto un’altra occasione per parlare delle difficoltà della categoria, ma un momento di confronto per comprendere dove sta andando la professione, quali rischi comportano le trasformazioni in atto e quali proposte concrete dobbiamo portare all’attenzione delle istituzioni.
Il 27 novembre ad Arezzo non mancate. Essere presenti significa assumersi una responsabilità verso il futuro della nostra professione, contribuire a costruire una visione comune e dimostrare che gli OSS non intendono più rimanere spettatori delle decisioni che li riguardano.
Perché il cambiamento non aspetta chi rimane fermo e il futuro dell’OSS non può essere costruito senza gli OSS. Non facciamoci trainare. Iniziamo a trainare noi gli altri.
Redazione OssNews24
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