“Le scrivo questa lettera – è l’esordio – perché la vicenda che mi sono trovata a vivere mi ha ferita profondamente, come lavoratrice e come paziente del servizio sanitario regionale. A scanso di equivoci le dico fin da subito che su questa vicenda ho intentato una causa alla Asl di Pistoia, ora confluita nella macro Asl Toscana Centro, e che, da cittadina che confida nella giustizia, attendo serenamente l’esito del processo. Vorrei però che lei, da presidente che sovraintende al sistema sanitario della nostra regione, dicesse a me e ai cittadini toscani, se quanto mi è accaduto è giusto che accada”.
Questa la storia di Roberta: “Da cinque anni lavoro come operatrice socio sanitaria all’ospedale di Careggi a Firenze – racconta – dove sono entrata con un concorso pubblico. Abito a Boveglio, un piccolo paese in provincia di Lucca, e per recarmi a lavoro ogni giorno faccio 150 chilometri, fra andata e ritorno a casa. Nell’ottobre del 2015, con non pochi sacrifici, ho sostenuto e vinto un concorso per la mobilità verso l’ospedale San Jacopo di Pistoia: finalmente si torna verso casa, ho pensato. Nella primavera di quest’anno ho scoperto di avere un tumore al seno.
I medici mi hanno prescritto un ciclo completo di chemio e uno di radioterapia. Le cure mi hanno ovviamente debilitata. Nel frattempo ho sostenuto la visita di idoneità per il trasferimento a Pistoia. Il medico in quella sede certifica che sono idonea con delle limitazioni parziali e temporanee: in sostanza finché dura la terapia non potrò sollevare pesi. Ma dopo qualche settimana mi arriva una mail dalla Asl Toscana centro-sviluppo, formazione gestione delle risorse umane con cui mi rifiutano il trasferimento, perché ‘sono emerse limitazioni a tutela della salute e della sicurezza della candidata’. Mi crolla il mondo addosso di nuovo”.
“Da persona sana ho maturato un diritto – spiega – perché adesso me lo negano da persona ammalata?
Io non ho perso un braccio, cosa che mi impedirebbe per sempre di sollevare pesi. Io ho fatto un ciclo di chemio e presto farò un ciclo di radioterapia, cosa che mi rende temporaneamente meno forte. Io sono idonea a quel lavoro: ho vinto un concorso, ho lavorato sodo per arrivare alla mèta che mi ero prefissata. La Asl sostiene che ha preso questa decisione a tutela della mia salute. In realtà adesso, stando così le cose, dovrei tornare a lavorare a Firenze: di nuovo 150 chilometri, adesso dopo il tumore.
Ho pensato, ma se invece di ammalarmi di cancro fossi rimasta incinta, mi avrebbero tutelata? La risposta è sì: avrebbero atteso i tempi della maternità, e poi sarei stata trasferita. Allora perché da ammalata non aspettano la fine delle mie cure? Ovviamente prima di intentare la causa di fronte al Giudice del Lavoro ho provato a dialogare con i responsabili di questa decisione attraverso i sindacati, ma la risposta è stata ancora ‘No’, con l’aggiunta di richiami a regolamenti interni all’Asl di Pistoia. So che essendoci una causa in corso òei non potrà entrare nel merito. Ma le chiedo comunque di aiutarmi, e con me le altre persone che dovessero avere la fortuna di vincere un concorso di mobilità e la sfortuna di ammalarsi, mentre aspettano il trasferimento, di tumore”.
Simone Gussoni
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