Oltre la divisa esiste una professione. Una professione fatta di gesti quotidiani, presenza costante e cura silenziosa. L’operatore socio-sanitario (oss) è una delle figure più presenti nel sistema assistenziale italiano e, allo stesso tempo, una delle più invisibili. È un paradosso evidente: chi è più vicino alla persona fragile è spesso anche il più lontano dal riconoscimento sociale, professionale e politico.
L’oss rappresenta l’arte della cura concreta. Non una cura teorica, ma una cura fatta di attenzione, ascolto e presenza. Eppure questa arte della cura diventa invisibile quando la stessa professione rinuncia a difendere il proprio valore.
Questa indifferenza collettiva produce un effetto pericoloso: trasforma una professione fondamentale in un fantasma del sistema assistenziale. Presente ovunque nella pratica quotidiana, ma raramente rappresentata nei luoghi decisionali. Essenziale nell’assistenza diretta, ma quasi assente nel dibattito politico e professionale sulla sanità del futuro.
Nel frattempo il sistema sanitario evolve. L’innovazione tecnologica entra nelle corsie, portando con sé nuove soluzioni pensate per supportare l’assistenza e migliorare l’organizzazione del lavoro. Un esempio concreto arriva dall’ospedale di Cosenza, dove si sperimentano robot destinati a supportare attività assistenziali di base, in particolare nell’ambito dell’igiene e della gestione del paziente.
Non stanno sostituendo l’oss con i robot. Stanno progettando un sistema nel quale l’oss rischia di non essere più considerato indispensabile. Le attività assistenziali di base non vengono più considerate “proprietà” di una professione, ma funzioni sostituibili, trasferibili, automatizzabili.
Non è il robot a mettere in discussione l’oss. È l’assenza dell’oss nei luoghi in cui si decide il futuro dell’assistenza. Perché quando il sistema inizia a ripensare anche le attività più fondamentali della cura senza includere chi le svolge quotidianamente, il problema non è l’innovazione: il problema è la rappresentanza.
Si rimane ancorati a schemi ormai logori, spesso legati a dinamiche di dipendenza e a forme di clientelismo che per anni hanno condizionato il mondo del lavoro assistenziale. In questo modo la professione non cresce e non si emancipa, ma continua a rimanere in una posizione di marginalità.
La domanda allora diventa inevitabile: dove sta l’oss? Sta nelle corsie, accanto ai pazienti. Sta nella quotidianità della cura. Ma troppo spesso non sta nei luoghi in cui si decide il futuro dell’assistenza. Finché questa distanza continuerà ad esistere, l’oss rischierà di rimanere oltre la divisa: presente nella cura, ma assente nelle scelte politiche e organizzative che stanno ridisegnando il sistema sanitario.
Se queste attività vengono considerate sostituibili, automatizzabili o marginali, non è perché lo siano davvero. È perché non sono ancora riconosciute come patrimonio professionale strutturato, tutelato e rappresentato. Per questo il tema non è difendere un ruolo in modo passivo. Il tema è costruire riconoscimento.
Serve un passaggio chiaro: uscire dal silenzio e costruire strumenti di rappresentanza reale. Un Collegio dell’oss e un Registro professionale non sono rivendicazioni formali, ma strumenti essenziali per dare identità, dignità e visibilità alla professione. Sono la base per garantire che le competenze non vengano disperse, che le attività non vengano svuotate e che il ruolo non venga ridefinito senza il coinvolgimento di chi lo esercita ogni giorno.
Perché una professione non scompare quando viene attaccata. Scompare quando non viene più considerata necessaria nelle scelte strategiche. Il punto è chiaro: il sistema si sta abituando a pensare che possa farne a meno.
Redazione OssNews24
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